martedì 30 settembre 2014

SBIZZARRIRSI ALLA FIERA DI PARMA


Se siete curiosi, se vi piace l’antiquariato, se cercate compulsivamente un oggetto e non riuscite a trovarlo, se volete distrarvi da giornate troppo cariche di computer e progresso, allora potreste passare una giornata alla 33° edizione del Mercante in Fiera a Parma.
Nei tre padiglioni, per un totale di 59.000 metri quadrati, più di mille espositori italiani e stranieri si daranno appuntamento da sabato 4 ottobre a domenica 19, dalle ore 10 alle 19, per l’edizione autunnale della più grande mostra di antiquariato, modernariato e collezionismo che ci sia in Italia.
Quindi, scarpe comode e non fatevi prendere dal panico per la confusione nel variopinto labirinto di stand.
Però, accettate qualche consiglio.
Diffidate di chi vuole vendervi - magari con fare gentile, raffinato e affascinante - quadri, mobili, sculture, oggetti che vi paiono di valore, a prezzi stracciati.
Il mercato non è un’illusione, i costi ci sono per tutti e le cose belle si pagano.
Anche molto, moltissimo.
Gli antiquari – nei padiglioni 3 e 5 - non sono tutti serissimi, qualcuno è anche capace di tirare, permettetemi il termine, qualche bidone.
Non fidatevi quindi di chi vuole vendervi un quadro con altisonanti nomi di pittori per una cifra con la quale non comprereste neanche una litografia a tiratura illimitata: può essere una copia rifatta in tempi moderni, un falso clamoroso o anche un dipinto antico distrutto e completamente ridipinto.
In questi casi, avrete buttato via i vostri soldi.
Attenzione anche ai mobili, che a Parma pullulano: una ribalta veneziana, mossa e lastronata del Settecento costa parecchi denari: se la trovate a pochi euro vuol dire che è falsa, o magari, fatta ora con legni antichi, ma che, nel caso la voleste rivendere, non ha alcun valore.
Ma non sono tutti così, per fortuna, anzi.
La maggioranza degli antiquari sono persone che amano l'arte, certo ne hanno fatto un mestiere, ma moltissimi lo fanno per vera e propria passione.
Con la pazienza certosina dei collezionisti, quelli veri che si fanno venire un lampo al cuore quando vedono l’oggetto dei loro sogni, a Parma si può trovare di tutto.
Le sezioni della mostra sono infatti parecchie: Archi e Parchi, al padiglione 3, è dedicata a pezzi antichi per giardini, parchi o verande, mentre al padiglione 6 ci sono i gioielli e il vintage a go-go.
E qui c’è da sbizzarrirsi, sia che siate nostalgici e vi prenda la commozione guardando un vecchio juke-box pensando dolcemente alla vostra adolescenza, sia che siate rock fin dentro l’anima e vi prenda un colpo trovando un rarissimo manifesto di Elvis Presley di 50 anni fa.
C’è anche una mostra collaterale molto interessante, sui lucchetti - il più antico è del V secolo e arriva dalla Turchia - di tutto il mondo provenienti dal museo di Cedogno, sull’appennino emiliano.
Oggetti, che come tanti altri di uso e forme diverse, son sempre stati considerati solo artigianato o al massimo inseriti in quella categoria denominata ingiustamente ‘arte minore’.
In realtà, sono opere d’arte create con cura maniacale da personaggi oscuri e ignoti, che magari hanno passato la loro vita a cesellare metalli, intagliare il legno o lavorare lo stucco e che sarebbe ora che avessero anche loro un po’ di gloria.

lunedì 29 settembre 2014

SPECULAZIONI IN NOME DI CARAVAGGIO E LEONARDO

OTTAVIO LEONI
RITRATTO DI CARAVAGGIO
La domanda sorge spontanea: perché?
Sì, perché buttare al vento 109.755 euro di soldi pubblici, quindi dei contribuenti, per realizzare una mega tomba, orribile davvero, per riporvi le ossa che non sono di Caravaggio?
Se fosse lui, una tale somma ci starebbe tutta, fosse solo per dirgli grazie per quel che ci ha lasciato.
Ma di sicuro quei poveri resti, trovati per caso a Porto Ercole, non sono del genio lombardo celeberrimo in tutto il pianeta.
Un’operazione portata avanti da tal Silvano Vinceti, presidente di una società privata che si occupa del  ‘marketing del nostro patrimonio culturale’.
Quindi non uno storico dell’arte, non un archeologo e nemmeno un anatomo patologo.
Costui, amico di Denis Verdini e Cesare Previti – sul cui brigantino ‘Barbarossa’ ha portato le ossa a Porto Ercole dentro un'urna di plexiglass – si dichiara “dedito ai misteri del passato”.
LE OSSA TROVATE
Comunque: dalle analisi del dna del femore risulterebbe una compatibilità dell’85% con qualche persona che ha Merisi come cognome, lo stesso di Caravaggio. Ma nulla di scientifico: l’Università di Napoli afferma che tale percentuale è la stessa che c’è fra un uomo e uno scimpanzé. Tanto è vero che in nessuna rivista scientifica c’è traccia di questi studi e risultati.
Non solo.
PROGETTO DEL MAUSOLEO DI CARAVAGGIO
L’inaugurazione del mausoleo, perché di quello si tratta, con una riproduzione del Canestro di frutta in cima, è avvenuta il 18 luglio, a 404 anni esatti dalla morte del povero Caravaggio, solo e disperato, sulla spiaggia dell’ameno paesino dell’Argentario, con gran dispiego di giornalisti e televisioni.
E il sindaco s'è pure lamentato che il genio sia morto di luglio, quando i turisti già ci sono.
Insomma, era meglio se moriva in novembre. Turisticamente parlando, s'intende.
Ma serviva davvero questa buffonata costosissima per tumulare qualche ossa di uno sconosciuto che non ha nulla a che fare con l’ artista che da solo, vestito spesso di stracci, ha rivoluzionato la pittura?
Ma non è finita qui.
Sempre lui, sempre Vinceti, è colui che ha scandagliato il complesso di Sant’Orsola a Firenze, nel cuore della città, per trovare le spoglie mortali di Lisa Gherardini, moglie di Francesco Bartolomeo del Giocondo, ovvero la signora che dovrebbe essere il volto della Gioconda. 
LEONARDO DA VINCI
LA GIOCONDA
A parte che ancora oggi non si ha certezza che sia lei, anzi, ma anche fosse, cosa aggiungerebbe allo splendore di tal quadro?
Non è certamente la vera identità della signora a essere ammirata da tutti, ma la pittura di Leonardo, la sua invenzione del paesaggio, le sue pennellate microscopiche, la sua cromia perfetta.
Tant’è.
Altri soldi pubblici, altra pubblicità a un personaggio che di arte e similari non sa nulla, altre rivelazioni eclatanti ma mai pubblicate da nessuna parte.
La provincia di Firenze nel 2012 aveva stanziato ben 140.000 euro per le ricerche della signora. Forse il perché sta qui? 
Ad ogni buon conto, la donna del ritratto più famoso del mondo, come ipotizzato dal professor Roberto Zapperi, che su questo argomento ha scritto anche un libro, potrebbe essere tal Federica Brandani, popolana di Urbino, che Giuliano de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico e fratello del futuro papa Leone X, conobbe quando fu invitato nella  corte marchigiana da Elisabetta Gonzaga.
E’ infatti documentato che il ritratto fu commissionato a Leonardo da Vinci proprio da Giuliano, uomo colto e affascinante, amante delle belle donne a cui non sapeva proprio resistere. Senza entrare nei dettagli per non violare la privacy dei due amanti, nel 1511 nasce Ippolito ma la poverina muore di parto.

RAFFAELLO
RITRATTO DI GIULIANO DE' MEDICI
Il piccolo cresce, il celebre padre a un certo punto lo riconosce, lo prende con sé e lo porta a Roma.
Ma la creatura piange e si dispera, vuol sapere che faccia aveva la sua mamma.
Così, papà Giuliano, chiede a Leonardo, anche lui a Roma in quegli anni, di fare un ritratto della defunta e lui accetta.
Un ritratto immaginario, giusto per far contento il piccolino.
Ma Giuliano muore e il quadro non è ancora finito. Leonardo, conclusa l’opera, la porta con sé ad Amboise, dove lo venderà nel 1516 a  Francesco I, re di Francia.
La Gioconda poi passerà nelle collezioni di Luigi XIV e quindi al Louvre, dove risiede stabilmente ben protetta da un vetro anti proiettile, e dove è diventata l’icona artistica dell’Italia.
Quella sana, geniale, creativa e intelligente, non quella di un imbonitore da fiera.

domenica 28 settembre 2014

PICASSO, IL PITTORE RIVOLUZIONARIO


I DUE SALTIMBANCHI - 1901
Pablo Picasso, primogenito di don José Ruiz Blasco e di doña Maria Picasso y Lopez, nasce alle 23.15 del 25 ottobre 1881 a Malaga.
Enfant prodige, Barcellona lo vede diciottenne in una vita da bohémien a dipingere mendicanti, reietti, vagabondi e artisti di circo equestre.
Nel 1901 a Parigi, in una baracca di Montmartre,  inizia il suo periodo blu.
Già allora era attratto dai problemi della forma sintetizzata e dal ribaltamento di piani e superfici e tanto in queste opere quanto in quelle del successivo periodo rosa (1905/6), sono contenute le premesse dei successivi sviluppi della sua arte. 
LE DEMOISELLES D'AVIGNON - 1907


Questa fase si chiude con un netto e brusco ritorno ai problemi del volume, che si concluse ne Les demoiselles d’Avignon del 1907, un quadro che fece scalpore per le cinque prostitute ritratte in un bordello di calle d'Avignon a Barcellona.
Distende il colore in larghe zone piatte per farle diventare piani solidi a spigoli vivi che assumono una consistenza volumetrica, con il fondo che si avvicina, si incastra a forza tra le figure, si spezza in tanti piani appuntiti come schegge di vetro: lo spazio si deforma e si scompone come le figure.
ARLECCHINO SEDUTO - 1923
È, nella storia dell’arte moderna, la prima azione di rottura, il gesto di rivolta con cui si apre il processo rivoluzionario del Cubismo.
È il 1909 quando attua una completa riduzione del colore e scomponendo l’oggetto in sfaccettature.
La ripresa e lo sviluppo del cubismo, dopo un breve ritorno alla figuratività di cui l’Arlecchino seduto del 1923 è uno splendido esempio, lo portano a esiti vicini al surrealismo, come in Figure in riva al mare.

FIGURE IN RIVA AL MARE





Nel 1927 inizia una convivenza con Marie-Thérése Walter che gli diede una figlia, che sperò per tutta la vita di sposarlo, cosa che mai avvenne.
Si suicidò nel 1977. 
Nell’aprile del 1937 bombardieri tedeschi attaccano l’antica città di Guernica, facendo una strage e seminando il terrore. Di colpo Picasso decide che il suo dipinto, per il padiglione spagnolo all’Esposizione Internazionale di Parigi, sarà la risposta alla viltà di quell’eccidio.
Nasce così Guernica, l’unico quadro storico del nostro secolo, non perché rappresenta un fatto storico, ma perché è un fatto storico.
È il primo, deciso, intervento dell’arte nella lotta politica.
GUERNICA  - 1937
In Guernica non c’è colore, solo nero, bianco, grigio. Non c’è rilievo, è andato via.
C'è, invece, la morte.
Un dipinto che ha lo scheletro classico: c’è simmetria - l’asse mediano del muro bianco -, prospettiva - i caduti in primo piano -, gradazione di valori, l’alternarsi dei piani, ritmo crescente di accenti, dall’accento nobilmente oratorio del caduto che stringe in pugno la spada spezzata al nitrito lacerante del cavallo ferito a morte.
Anni dopo, durante l’occupazione di Parigi, ad alcuni tedeschi che gli chiesero se avesse fatto lui quell'orrore, Picasso risponderà amaramente: “non l’ho fatta io, l’avete fatto voi”.
COLOMBA DELLA PACE
Dal 1945 Picasso sente il bisogno di allontanarsi dalle immagini di morte, di liberarsi dalle angosce e dagli orrori della guerra e manifestare con l’arte la gioia per la pace ritrovata.
E il suo impegno politico si manifestò con la partecipazione ai congressi mondiali per la pace per i quali disegnò la famosa Colomba.
L’amore per la giovanissima Françoise Gillot, da cui ebbe Paloma e Claude, diffonde un riverbero di serenità nella sua vita.
La celebra con immagini mitiche e idealizzate, vere metafore poetiche, ma lei lo lascerà, stanca di essere continuamente tradita.
Nel 1961 sposa Jacqueline Roque  e si trasferisce a Maugins, in Provenza, dove muore l’8 aprile 1973 per infarto.
L'eredità che Picasso lascia alla storia dell'arte moderna è grandiosa.
E anche se non è tra i miei artisti preferiti, devo dire che è tra quelli che più ammiro, perché ha fatto un percorso artistico importante, partendo con uno stile per poi giungere ad altro modo di dipingere e di pensare.
E' la continua ricerca che fanno pittori, scultori o architetti che lascia una traccia di sé nella storia ed è questo che li rende davvero immortali. E Picasso è fra questi.

venerdì 26 settembre 2014

IL MONDO FANTASIOSO DI PIETER BRUEGEL

NOZZE CONTADINE - 1568
Paffuto, con barba e baffi rossicci, aria sorniona e sguardo assente, vestito riccamente di nero in conversazione con un frate dall’aria spiritata: così appare Pieter Bruegel il Vecchio in Nozze contadine, uno dei suoi dipinti più celebri.
Vertice assoluto della pittura fiamminga insieme a Van Eyck e Rubens, nasce intorno al 1525 in un villaggio nei dintorni di Breda nelle Fiandre, dove da più di un secolo erano costanti i rapporti con l’arte italiana.
Diventa subito allievo di Pieter Cock per poi partire con destinazione Italia, rinverdendo la consuetudine dei viaggi di studio all’estero iniziata da Dürer nel 1494.
Nel 1551 si stabilisce ad Anversa, dove fa parte della gilda dei pittori.
Qui viveva more uxorio con una servetta che avrebbe anche sposato se la fanciulla non fosse stata una bugiarda incorreggibile.
Ma a Bruxelles incontra la vedova di Cock e ne corteggia la figlia diciottenne Mayeken, la stessa che aveva tenuto in braccio quando era bambina, e nel 1563 la sposa.
PROVERBI - 1559/1560
Fu la suocera a porre come condizione al matrimonio il trasferimento a Bruxelles per interrompere il giovanile legame amoroso con la servetta. Pieter acconsentì.
Bruegel è uno spirito indagatore sia dal punto di vista iconografico sia da quello tecnico e la sua inimitabile pittura scaturisce improvvisa con la forza di un fenomeno naturale.
Tra le composizioni più famose, che dipinse negli anni 1559/60, sono i Proverbi.
GRETA LA PAZZA - 1562
L’antico tema dei detti popolari godeva a quel tempo di grande favore per l’intento moralistico di illustrare gli effetti della stoltezza umana.
Nella tavola, una sorta di veduta a volo d’uccello, riunisce nell’ambiente di un villaggio di fantasia un centinaio di immagini che interpretano ciascuna un modo di dire fiammingo sulla furberia e sulla sciocchezza degli uomini.
L’agire umano appare in tutta la sua assurdità proprio attraverso la traduzione concreta di astratte espressioni verbali.
Al 1562 risale Greta la Pazza, una megera ossuta che fa una scorreria alle porte dell’Inferno.
Un quadro pieno zeppo di significati simbolici.
CADUTA DEGLI ANGELI RIBELLI - 1562
Il singolare dipinto, insieme alla Caduta degli angeli ribelli, mostra più evidente l’ispirazione del repertorio fantastico e demoniaco di Bosch e che, per la bizzarria del tema, si è prestato alle interpretazioni più svariate.
Successivamente affronta alcuni temi biblici per poi dipingere la serie dei Mesi, immagini dove uomini e cose appaiono fusi in una visione poeticamente unitaria. I gesti dei contadini, gli attrezzi e i frutti della terra resi nei minimi particolari e inseriti nel variare delle ore e delle stagioni, diventano parte integrante della poesia della realtà.
La tradizione ottocentesca lo soprannomina “Bruegel il contadino”, il pittore che con il popolo contadino si identificava.
Niente di più falso.
MESI - 1565
Bruegel è un umanista che unisce in sé in maniera affascinante tutto ciò che l’arte del suo tempo offre di nuovo.
Innovatore dello stile e delle tematiche artistiche, elabora un linguaggio figurativo del tutto personale grazie alla ricchezza della sua tecnica pittorica, stendendo i colori a strati sottili usando pennelli di piccole dimensioni, e della sua incredibile immaginazione.
Muore nel 1569 a Bruxelles e i suoi due figli vennero avviati alla pittura dalla nonna materna: Pieter il giovane copiò per tutta la vita l’opera del padre mentre Jan si rivelò erede del talento paterno, diventando a sua volta pittore di prima grandezza. 

giovedì 25 settembre 2014

LA PITTURA DORATA DI GUSTAV KLIMT


IL BACIO - PARTICOLARE - 1908
Enfant prodige della pittura accademica di tardo Ottocento, leader indiscusso di un movimento di radicale ammodernamento, la Secessione Viennese che fonda nel 1897, Gustav Klimt, nasce nella capitale austriaca nel 1862 dove muore nel 1918 per infarto.
Artista estremamente colto e sensibile, timido e schivo, raffinato fino alla morbosità, pittore erotico di rara intensità, polemico e provocatorio, è legato ad una sua formula decorativa piena di implicazioni simboliche.
Figlio di un orafo, studiò alla scuola di arti e mestieri di Vienna, partecipando da giovanissimo a lavori decorativi.
Emblematico del suo stile d’oro è il Fregio di Beethoven del 1902.
FREGIO DI BEETHOVEN - 1902
Come molti del suo tempo, anche Klimt non si sottraeva alla grande passione viennese per la musica: 24 metri di pittura che mostrano un fiero cavaliere che attraverso la poesia guida l’umanità verso il superamento del dolore della vita e raggiunge la felicità nell’abbraccio amoroso.
Torna nel 1909 al soggetto già trattato in Giuditta I, complicandone la versione, ampliandone la dimensione e arricchendone l’ideazione.
In Giuditta II, nuova è l’iconografia, dove emerge una donna moderna, sensuale e tragica, abbigliata nel gusto Secessione con arabeschi e innesti geometrici.
GIUDITTA II - 1909
Nella Vienna di Freud era inevitabile che un artista si cimentasse con la complessità di un mito: ecco allora Giuditta trattenere spasmodicamente fra le dita la testa mozzata di Oloferne.
Così seduce doppiamente, con la straordinaria efficacia di una decorazione che è già astratta e con l’allusione a un erotismo indissolubilmente legato alla trasgressione. 
LA MORTE E LA VITA - 1911

E Giuditta diviene emblema del potere di seduzione della donna.
La morte e la vita, ritoccata sostituendo l’oro dello sfondo con un blu intenso, un’ulteriore evoluzione nella sua arte che ora sfrutta anche le qualità espressive del colore che volteggia in un mondo onirico.
Disegnatore instancabile e di straordinaria finezza, Klimt fu autore di affascinanti ritratti come quello di Adele Bloch-Bauer e di opere paesaggistiche, nelle quali la ricchezza lussureggiante della vegetazione riempie l’intero spazio della tela.
RITRATTO DI ADELE BLOCH-BAUER - 1907
Consapevole della lenta e ineluttabile morte del vecchio impero austro-ungarico, che ormai conserva solo il ricordo dell’originario splendore, sente profondamente il fascino di questo tramonto storico e associa l’idea dell’arte del bello a quella della decadenza, del dissolvimento del tutto, del precario sopravvivere della forma alla fine della sostanza.
Tocca, quasi senza volerlo, il punto nevralgico di una situazione ben più vasta, europea: l’arte è il prodotto di una civiltà ormai estinta e nella nuova civiltà industriale non può sopravvivere che come ricordo di sé stessa.
Il suo pensiero va all’arte bizantina, splendida ed esangue, in cui si riflette un analogo processo storico, il declino di un impero e la sopravvivenza della forma estetica alla morte storica.
In una propensione di ornati simbolici, del cui significato si è perduta anche la memoria, sviluppa i ritmi melodici di un linearismo che finisce sempre per ritornare al punto di partenza e richiudersi su sé stesso e li accompagna con le delicate, melanconiche armonie dei colori spenti, cinerei, perlacei, con morenti bagliori d’oro, d’argento, di smalti.

martedì 23 settembre 2014

MODIGLIANI, L'ARTISTA MALEDETTO

AUTORITRATTO 1919
Nell’assonanza fonetica con il soprannome francese di Modì, Amedeo Modigliani incarna la figura dell’artista maudit, maledetto, costantemente alla ricerca di una irraggiungibile forma espressiva soddisfacente.
Figlio di un toscano di origini ebree e di una francese, nacque a Livorno il 12 luglio 1884 e dopo una formazione nelle accademie di Firenze e Venezia, avvolto dai fumi di droghe e alcol, nel 1906 si trasferisce a Montparnasse a Parigi.
TESTA DI DONNA
Lì capisce subito che tutta l’arte moderna nasce da Cézanne, ma nei suoi confronti ha un limite idealistico: per Modì alla chiara intelligenza della verità non si giunge con l’intelletto ma con il sentimento. 
Uno dei suoi primi amici, lo scultore rumeno Brancusi, gli ispira il culto della forma pura e chiusa in cui la linea, da sola, plasma e definisce il volume.
Lo inizia alla scultura africana, un’esperienza che Modì trasporterà poi nella pittura, assumendo il colore non più come complemento ma come materia intrinseca della forma.
Nel 1917 incontra Jeanne, studentessa diciannovenne che per lui abbandona la famiglia. Per due anni si trasferiscono a Nizza per curare le sue crisi polmonari e lì nasce la loro bimba.
Tornano a Parigi e vivono nella miseria più nera, aiutati da qualche amico e dal ricavato di qualche quadro venduto a pochi franchi.
DONNA CON CRAVATTA NERA 1917
Nei suoi molti ritratti e nudi di donna, i contorni fortemente segnati saldano, in una sola superficie compatta, piani a profondità diverse, le varie parti della figura e i vari piani del fondo.
La linea talvolta è pesante come un solco nero scavato nella massa del colore, talvolta sottile, filiforme e il colore è ora denso, ora magro, ora modulato in tonalità tenui, ora intenso.
In lui non c’è la stesura cromatica dei Fauves, ma la scomposizione cubista, eppure perché non arriva alle estreme conseguenze, rimanendo nel tipo tradizionale del ritratto?
Perché per lui la pittura non deve essere analitica ma poesia: il linearismo è sottilmente intellettuale e intensamente espressivo, il colore è rigorosamente plastico.

NUDO ROSSO 1918
È la sua poesia raffinatissima ma appassionata, velata solo da una desolata malinconia.
L’inconfondibile allungamento delle figure – i suoi colli lunghi sono diventati proverbiali – esalta l’eleganza leggera e solitaria dei personaggi. 
Segue i contorni dei corpi femminili con l’ineguagliabile finezza del disegno di quattrocentesca matrice toscana, lasciando emergere una sensualità vera e palpitante.
Modì non ammette nei suoi ritratti sguardi che non siano assenti, introspettivi, il più possibile chiari e dolci. 

RITRATTO DI JEANNE 1918
Dal ritratto di Elvira del 1916 a quello di Jeanne del 1918 fino al famoso Nudo rosso e all’Autoritratto del 1919, una delle sue ultime immagini corroso dalla salute malferma e dagli abusi di assenzio e altro, è sempre il medesimo atteggiamento di abbandono, il medesimo sguardo sperduto.
Nei personaggi di Modì l’aplombe non è perfetto: pencolano un po’ a destra o un po’ a sinistra, eppure la loro caratterizzazione è viva, inequivocabile.
Portato per natura a non legarsi a correnti o avanguardie, non fa scuola: resterà sempre un grande isolato.
Muore il 24 gennaio 1920, a soli trentasei anni.
Il giorno dopo la moglie Jeanne, disperata, si lancia dal terzo piano di casa.  


domenica 21 settembre 2014

SIMONE MARTINI: LA LUCE DEL MEDIO EVO

SIENA NEL MEDIO EVO
Fate un gioco: immaginate di essere catapultati nel bel mezzo del Medioevo. 
La vita quotidiana scandita dal suono delle campane, le case e le botteghe illuminate dalle candele e dalle lampade a olio. Si mangia quel che si trova e si è fortunati se non si muore di peste.
Immaginate di essere a Siena all'inizio del Trecento e di vedere per le strade piene di giullari e predicatori in odore di stregoneria o di scomunica, un ragazzo, magari con i vestiti rammendati e un po’ sporchino, perché in quell’epoca ci si lavava ben poco, che va a pulir pennelli nella bottega di un pittore già affermato.
E’ lì, da Duccio di Boninsegna che quel ragazzo impara la pittura. Impara presto perché ha talento da vendere.  
A quel ragazzo, i senesi danno il tempo di impratichirsi e dopo qualche anno gli commissionano affreschi e dipinti per cui avrà gloria perenne nella storia, oltre al ringraziamento di noi comuni mortali del terzo millennio per il regalarci così tante emozioni e meraviglie: è Simone Martini, il simbolo dell’eleganza gotica.
Proprio lui, che era il corrispettivo in pittura di quel che Petrarca era in poesia.
Di Simone, due opere in particolare tolgono il fiato.
La prima è un affresco nella Sala del Consiglio del Palazzo Pubblico di Siena, Guidoriccio da Fogliano all’assedio di Montemassi, dipinto nel 1330.
Un affresco grande, quasi 10 metri per tre e mezzo che copre tutta la parete che continua a essere il centro di polemiche per i restauri che hanno evidenziato rifacimenti nella parte sinistra, quindi mettendo in discussione il nome di Simone, ma anche per la lamina d'argento che ricopriva la gualdrappa e l'armatura del cavallo. Da ricordare, su questo punto, che Simone era affascinato dall'oreficeria e usava spesso le punzonature tipiche dell'arte orafa senese del XIV secolo. Ma, al di là delle polemiche, Guidoriccio resta e resterà per sempre un capolavoro.
L’immagine celebra il condottiero che aveva conquistato anche il castello di Sassoforte per i senesi, che poi lo perderanno, lo riconquisteranno e lo perderanno ancora ma va beh, la storia è fatta di sconfitte e vittorie.
GUIDORICCIO DA FOGLIANO
Lui è grandioso: in bilico tra la concretezza realistica dei singoli dettagli e il favoloso, irreale, effetto d’insieme.
E’ da solo, in una landa sabbiosa  e deserta. In dieci metri di colori quasi neutri, non c’è nessun altro. Si vedono gli accampamenti militare, i castelli, i monti, le bandiere ma non c’è anima viva.
E’ lui, vittorioso, con uno straordinario mantello a losanghe.
Lo immaginiamo urlare al mondo che si può vincere anche da soli, che sì ci vuole forza, coraggio e forse fortuna, ma si può.
Ma Simone non era solo questo.
Simone era poesia, eleganza, raffinatezza, bellezza spirituale.
ANNUNCIAZIONE
Nata nel 1333 per il Duomo di Siena, ora agli Uffizi, la sua Annunciazione lascerà un segno in tutta la storia dell’arte a venire. Guardatela.
E’ misteriosa e affascinante. L’oro del fondo accoglie in uno spazio irreale, quasi fosse un velo protettore, le sagome aristocratiche dei due protagonisti.
Ma è lei, la Madonna, quel qualcosa in più che fa di un quadro un capolavoro.
Lei, con la paura, così umana e femminile, di quell'annuncio che si materializza nel colore che pare fuggire davanti alla sola luce dell’angelo.
Lei, che come la donna celebrata dal Petrarca, è immersa nella luce ma non la emana.
Lei, con quel suo ritrarsi che la rende ancor più vera, con lo sguardo attonito contrapposto al sorriso accennato dell’angelo che le porge un ramo d'ulivo e non i gigli, simbolo dell’odiata Firenze che però devono vedersi, nel vaso dietro, perché anche simbolo di verginità. E con le regole dell’iconografia cristiana si poteva scherzare poco, anzi, pochissimo.
Eccoli i capolavori di Simone, nati in quel Medio Evo che per gli storici è un'epoca buia, quasi selvaggia, ma che è la base della modernità per la letteratura, la filosofia, la politica vera e la storia dell’arte.
L’epoca in cui Dante aveva già scritto la Divina Commedia, Petrarca i suoi sonetti, Boccaccio il suo Decamerone e la musica era dolce e lieve come un dono divino.
Un’epoca in cui Marco Polo era già stato in Cina, in cui nascono capolavori dell’oreficeria e le biblioteche laiche, in cui nascono edifici come la cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze, la Basilica di San Marco a Venezia e il Duomo di Milano. 
E, scusate, a me non pare affatto un’epoca buia. Anzi, direi che è luminosissima. 

sabato 20 settembre 2014

VINCENT VAN GOGH: IL DRAMMA DELL'ARTISTA



AUTORITRATTO A SAINT REMY 1889
È Vincent van Gogh, nato il 30 marzo del 1835 a Groot-Zundert, il simbolo del dramma dell’artista che si sente escluso da una società che non utilizza il suo lavoro e ne fa un disadattato, candidato alla follia e al suicidio.
Il suo posto è accanto a Kirkegaard o Dostoevskij: come loro si interroga, pieno d’angoscia, sul significato dell’esistenza, del proprio essere nel mondo.
Non è pittore per vocazione ma per disperazione. Nel 1887 scriverà: “Esercito un mestiere sporco e difficile: la pittura. Se non fossi quel che sono non dipingerei e intravedo la possibilità di fare quadri dove ci sarà un po’ di freschezza, un po’ di gioventù, essendo la gioventù una delle cose che ho perduto”.
Aveva tentato di inserirsi nell’ordine sociale ma era stato respinto.
A trent’anni si rivolta e la sua rivolta è la pittura: la pagherà col manicomio e col suicidio.
In un primo tempo, in Olanda, prende di petto il problema sociale e descrive con toni cupi la miseria e la disperazione dei contadini, fino al capolavoro tragico dei Mangiatori di patate. 
MANGIATORI DI PATATE 1885
Nel 1886 raggiunge il fratello Theo a Parigi, che lo aiutò finanziariamente e affettivamente fino alla morte, e vede gli impressionisti: abbandona i temi sociali e dal monocromo passa a un cromatismo violento.
Mentre dipingevo ho sentito risvegliarsi in me una potenza di colore più forte e diversa da quella che avevo posseduto finora”.
Nel febbraio del 1888 si trasferisce nella “casa gialla” di Arles e in due anni compie la sua opera d’artista.
QUATTRO GIRASOLI APPASSITI 1887
Arrivato in Provenza si entusiasma per la vita solare. Scriverà a Theo: “Abbiamo qui un calore stupendo, intensissimo, un sole, una luce. Com’è bello il giallo!”
Intensifica ancora i colori, abbandonando lo sfarfallamento impressionista a vantaggio di vaste campiture monocromatiche e di larghe striature che danno forma e colore agli oggetti.
Sono i giorni delle infinite tele coi girasoli ma anche della distorsione prospettica della Camera da letto. 
CAMERA DA LETTO 1888


Paul Gaugin lo raggiunge in ottobre, ma dopo un primo periodo di convivenza armoniosa e ricca di stimoli, il rapporto fra i due entra in crisi.
La vigilia di Natale Vincent colpisce l’amico con un rasoio e Paul, spaventato, lascia la casa.
Nella notte van Gogh ha una crisi di follia e si recide il lobo dell’orecchio sinistro, lo avvolge in un giornale e lo porta a una prostituta.
Dopo questo episodio dipinse alcuni terribili autoritratti.
Lo ricoverano all’ospedale di Saint-Rèmy, dove tornerà più volte colpito da allucinazioni e crisi di schizofrenia.
Il 16 maggio 1890 lascia Saint-Rèmy per Auvers-sur-Oise, vicino a Parigi: “Mi sono rimesso al lavoro, anche se il pennello quasi mi casca dalla mano”.
NOTTE STELLATA 1889
Qui dipinse molto, è il periodo degli Ulivi, delle stelle ruotanti sul destino umano della Notte stellata, dei Cipressi, “un cipresso è bello, come un obelisco egizio, è la macchia nera in un paesaggio assolato”, dei ritratti, dei paesaggi come la Chiesa d’Auvers, visione allucinata del piccolo borgo tranquillo, degli alberi tormentati come esseri umani, delle incredibili distese di campi di grano sotto un cielo azzurro piombo con voli di corvi.
Il 27 luglio 1890 si spara una revolverata.
Muore la notte del 29 dopo aver passato l’intera giornata seduto sul letto a fumare la pipa. Addosso gli fu trovata una lettera: “per il mio lavoro io rischio la vita e la mia ragione è quasi naufragata…”
ALBERI DI ULIVI 1889

         

giovedì 18 settembre 2014

INTELLETTUALI: CHI SONO?

 
L’indefinitezza è già nel termine di quella che è una figura così particolare della società, ossia l’intellettuale.
Ma chi è veramente l’intellettuale, al di là che stia chiuso nel silenzio della sua vita o si butti nella mischia magari lottando per un’utopia?
Le interpretazioni sono varie, quanto le idee.
Un’ipotesi è che sia colui che non fa un lavoro fisico, da immaginarsi con una pila di libri e giornali sotto braccio che passeggia con la testa fra le nuvole, pensando che non val la pena di affrontare il mondo perché, tanto, nel confronto ha già perso.
L’altra, sulla stessa scia, che sia uno che fa un mestiere non codificabile in nessuna categoria.
Per fare un esempio: all’anagrafe la parola «intellettuale» da mettere sulla carta d’identità come professione, non esiste.
Nel caso lo siate, non fatevi venire una crisi di nervi: neanche lo storico dell’arte per l’anagrafe esiste.
Consiglio: buttarsi su pubblicista, giornalista e, nel migliore dei casi, scrittore.

SANDRO BOTTICELLI
RITRATTO DI DANTE ALIGHIERI
Poi ci sono i vari tipi di intellettuali: uomini d’azione o contemplativi. 
GABRIELE D'ANNUNZIO
Si parte dalla coppia ossimorica Dante e Petrarca, l’uno collerico che nella pur sua non-azione riusciva comunque a rompere,  e tanto anche, le scatole a tutti, l’altro dal carattere diplomatico e cresciuto nelle delizie della corte di Avignone.
Diversi ma intellettuali.
Su questo non c’è dubbio.
Della stessa categoria, con sicuramente molta più azione, il Vate, ossia D’Annunzio.
Intellettuale d’azione «finto» era di sicuro Curzio Malaparte che quando si innamorava si concedeva solo una volta alla settimana per non guastarsi il fisico  ma vero per il suo narcisismo, che pare sia una caratteristica comune a tutti gli intellettuali.
Capostipite dei contemplativi fu sicuramente Guillaume Apollinaire, che passava giornate steso nella sua cuccia fatta di cuscini orientali in morbido velluto.
MARCEL PROUST

Ma il punto apicale di questa categoria è Proust per cui tutto doveva esistere nella fantasia e nulla nella fatica fisica.
Eppure Paruta, storico, diplomatico e politico, già intorno al 1570 scrivendo «Della perfezione della vita politica», sosteneva che il punto d’incontro tra la vita contemplativa e l’azione è proprio la vita politica. Ma non quella di oggi, ovvio.
Ad ogni buon conto esiste anche l’intellettuale disincantato, un vero fenomeno italico.
RICHARD GERE
Basta guardare la commedia all’italiana, i film di Sordi in primis, in cui nulla potrà mai migliorare.
L’esatto contrario della filmografia americana, dove chi ha ragione avrà ragione per sempre: per credere guardare Ufficiale e gentiluomo con Richard Gere.
Strisciante come un serpente spunta un interrogativo.
Ma allora, come deve essere l’intellettuale?
Bella domanda.
Piacerebbe fosse sempre libero, perché non è la libertà che manca ma gli uomini liberi, quelli forse sì.