Visualizzazione post con etichetta CINQUECENTO. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta CINQUECENTO. Mostra tutti i post

sabato 10 giugno 2017

Giudizio Universale: l'apoteosi del genio di Michelangelo

Michelangelo Buonarroti - Giudizio Universale - 1536/1541
Città del Vaticano, Cappella Sistina
Con il Giudizio Universale, Michelangelo era intervenuto con l’autorità del genio nel problema più scottante del tempo, sostenendo la tesi cattolica della responsabilità contro quella protestante della predestinazione.
Michelangelo Buonarroti
Cristo Giudice
Particolare Giudizio Universale
Iniziato nel 1536 e terminato nel 1541 nella parete di fondo della Cappella Sistina per volere di Papa Paolo III, il dies Irae che evoca, rompendo con la tradizione iconografica, è ben lontano dai Giudizi dei maestri del passato con le loro schiere di Santi ordinate intorno a Cristo con a debita distanza i dannati che discendono alla loro destinazione infernale.
Dio giudice, nudo, atletico, senza alcuno degli attributi tradizionali di Cristo, è l’immagine della suprema giustizia, che neppure la pietà e la misericordia, rappresentata dalla Madonna implorante, può temperare.
Michelangelo concepisce la composizione come una massa di figure rotanti intorno a Cristo che emerge isolato in un nimbo di luce.
Michelangelo Buonarroti
Il giudizio dei dannati
Particolare Giudizio Universale
Santi e Martiri sono in alto, alcuni dannati invece lottano invano per sfuggire alla stretta dei diavoli, altri si pigiano sulla barca di Caronte, altri ancora si gettano sgomenti nel gorgo e sulla sponda li attende Minosse.
In alto, nelle lunette, angeli recano i simboli della Passione, quasi invocando vendetta.
Lo sgomento invade anche i beati: la giustizia divina è diversa da quella umana, solo Dio ne conosce i motivi e ne è arbitro, come nella grazia.
Michelangelo Buonarroti
San Bartolomeo
Particolare
Giudizio Universale
C'è spazio anche per l'ego dell'autore, che si ritrae in tutta la sua tragedia nella pelle scuoiata di san Bartolomeo .
Un’opera meravigliosa, che rivela tutta la maestria michelangiolesca nel disegno del corpo umano colto da qualsiasi punto e angolatura, giovani atleti dai muscoli mirabili che si snodano e si piegano nelle più svariate direzioni.
E non vi è dubbio che molte idee  avrebbe potuto esprimerle nel marmo di Carrara, anzi forse è così che le vedeva mentre si affollavano nella sua mente intanto che dipingeva.
Poi sopravvenne il clima della Controriforma e la preoccupazione delle gerarchie vaticane di allontanare da Roma le accuse di paganesimo.
Fu così che Daniele da Volterrra, un discepolo di Michelangelo, poco dopo la morte del maestro, nel gennaio del 1564 fu incaricato di coprire con panneggi dipinti a tempera le nudità più vistose: su dieci figure gli indumenti già esistenti furono ampliati, su altri venticinque furono dipinti di sana pianta.
E il povero Daniele ci guadagnò il soprannome di Braghettone.

mercoledì 7 settembre 2016

Giorgio Vasari, il primo storico dell'arte

Giorgio Vasari
Autoritratto
Firenze, Galleria degli Uffizi
Il primo, il più importante e più celebre storico dell’arte italiana nacque ad Arezzo il 30 luglio del 1511 e fin da ragazzo frequentò la bottega di Guillaume de Pierre de Marcillat, artista francese che dal 1519 era a d Arezzo per la realizzazione di vetrate e a affreschi della cattedrale.
Nella sua città conobbe il pittore detto Rosso Fiorentino.
Poi andò a Firenze, dove conobbe Michelangelo che influenzò tutta la sua vita, e da lui fu introdotto nella corte medicea. Giorgio fa vari viaggi a Roma e inizia la sua vera carriera artistica: decora l’abbazia di Camaldoli nel 1537 e il refettorio di San Michele in Bosco a Bologna nel 1539/40 dove le sue pitture risentono fortemente dell’influsso del Parmigianino.
Nel 1542 inizia la ristrutturazione della sua casa di Arezzo, quindi parte per Napoli dove lavora nel monastero degli Olivetani.
Giorgio Vasari - 1548
Sala del trionfo delle virtù
Arezzo, casa Vasari
E’ Giorgio Vasari stesso che scrive della casa da lui acquistata nel 1541 “principiata in Arezzo, con un sito per fare orti bellissimi nel borgo di San Vito, nella migliore aria della città”.
E la casa è risultata poi essere un vero gioiello, da lui affrescata in tutte le stanze e successivamente dotata di ulteriori quadri, oltre a quelli che lui collezionò per tutta la vita, per rendere meglio l’idea del contesto artistico e culturale in cui visse.
Sono dipinti cinquecenteschi di artisti toscani, fra cui anche molti dei suoi collaboratori, che rende la dimora vasariana un piccolo scrigno dell’arte manierista.
Quella del Vasari è una di quelle dimore dove si sente in ogni stanza lo spirito dell’uomo e dell’artista, dove ti immagini davvero di incontrarlo mentre sbuca da una porta o esce da una stanza.
E’ il miracolo dell’arte.
Le stanze sono perfettamente conservate e gli affreschi che Giorgio progettò liberamente e realizzò senza l’ingerenza di nessuno per quel che riguardava i soggetti e come dipingerli, fanno capire quanto grande fosse la sua cultura umanistica. Statue classiche, panneggi, figure mitologiche, angeli e demoni, ghirlande e grottesche, allegorie, scene sacre e finte architetture rivestono interamente le pareti della casa, in un susseguirsi di simboli più o meno criptati che non è facile intendere al primo sguardo.
Giorgio Vasari - 1546
Tributo delle nazioni a Paolo III
Roma, Palazzo dell'antica cancelleria
Torna a Roma, dove entra a far parte della corte del cardinal Farnese, per cui decorò la sala della Cancelleria nel 1546. Furono questi gli anni in cui i suoi rapporti con Michelangelo divennero più stretti, la cui influenze è ben visibile nella decorazione che Vasari fece nella cappella Del Monte in San Pietro in Montorio a Roma tra il 1550 e il 1552, un complesso intreccio di architettura, scultura e pittura.
Il 1547 è un anno particolare per Giorgio: inizia una relazione con tal Maddalena Bacci, di cui si innamora e da cui avrà due figli illegittimi ma, per evitare uno scandalo - Maddalena infatti va a nozze con un altro - ne sposa la sorella undicenne, Niccolosa.
Giorgio Vasari - 1560 - Corridoio Vasariano - Firenze, Palazzo degli Uffizi
Negli anni successivi lavora per la corte di Cosimo I de’ Medici a Firenze, dove si dimostra anche un grande architetto, a lui infatti si deve l’inizio della fabbrica degli Uffizi nel 1560, all’epoca non museo ma sede degli uffici della magistratura, ideato come raccordo tra Piazza della Signoria e il fiume e scandito da una tripartizione orizzontale.
Giorgio Vasari -  1568 - Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architetti - edizione Giunti
Ma l’opera più importante della sua esistenza è certamente la pubblicazione del suo capolavoro letterario: Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architetti, opera fondamentale della storiografia artistica e la cui prima edizione fu stampata dall’editore Torrentini nel 1550 e che ebbe uno straordinario successo, tanto che ampliò il testo e lo ripubblicò nel 1568 con l’editore Giunti.
Giorgio Vasari
Pagina su Jacopo Palma il Giovane
Con le sue Vite Vasari inventa la storia dell’arte e i suoi volumi sono ancora oggi  l’unica fonte attendibile per le notizie biografiche dei vari artisti, che lui, meticoloso fino all’eccesso, affronta con dovizia di particolari e il suo giudizio è stato sempre tenuto in grande considerazione dagli storici dell’arte moderni, anche dai più grandi e importanti.
Vasari divide la storia dell’arte in tre periodi, passando per i vari pittori da Cimabue a Michelangelo, dall’abbandono del Medioevo all’ingresso nell’età moderna tramite il recupero dell’antico sino ad arrivare alla piena maturità dell’arte con Michelangelo, da lui considerato un vertice insuperabile, tanto che dopo di lui, afferma Vasari, non si potrà creare nulla di veramente nuovo.
Giorgio vasari morì il 27 giugno del 1574 a Firenze e fu seppellito nella chiesa di Santa Maria della Pieve ad Arezzo, come lui stesso aveva voluto lasciandolo scritto nel testamento e in varie lettere, tra cui una anche al Granduca di Toscana.
Attualmente non si sa dove siano esattamente i suoi resti, ma si suppone che siano in un’urna insieme a quelli della giovane moglie in una tomba sotto il pavimento.

venerdì 2 gennaio 2015

Michelangelo: genio solitario e scorbutico

MICHELANGELO - LA PIETA' - 1498
CITTA' DEL VATICANO, BASILICA DI SAN PIETRO
Quattro ore prima dell'alba di lunedì 6 marzo 1475, a Caprese nei pressi di Arezzo, nacque Michelangelo Buonarroti, destinato a esercitare con il suo genio un influsso di inestimabile portata. 
Vuole a tutti i costi fare lo scultore: per lui l’immagine si trova già allo stato potenziale dentro il blocco di marmo grezzo e lo scultore deve solo liberarla asportando la materia superflua.
Il suo destino era evidentemente già segnato su qualche fulgida stella: va a balia da una famiglia di scalpellini, di cui si ricorderà per sempre.
Asseriva infatti di aver succhiato con il latte di lei "gli scalpelli e il mazzuolo".
E la sua strada, solitaria ma colma di gloria può iniziare.
MICHELANGELO
DAVID - 1501
FIRENZE
PIAZZA DELLA SIGNORIA
Come tutti a quell'epoca, si trova un protettore, nella fattispecie Lorenzo il Magnifico e a diciassette anni è già famoso.
Ma lui, spirito geniale ma intuitivo, capisce che la situazione fiorentina va verso la decadenza e lascia la città: comincia la vita errante da vero artista rinascimentale.
Alla fine del secolo da Firenze va a Roma dove nasce il primo dei suoi capolavori: ha ventitré anni quando scolpisce, o meglio, tira fuori la Pietà dal marmo, opera esemplarmente cristiana che riprende audacemente il tema gotico e nordico della salma del Cristo adagiata in grembo alla Madonna come fosse un bambino che dorme, e lei è giovane, come quando Cristo era bambino, e sembra quasi che voglia sussurrargli una ninna nanna.
Del 1501 è di nuovo a Firenze e nasce il David, dove riesce a rendere vivo il  movente morale del ragazzo, la tensione interiore che precede lo scatto del gesto e non l'azione vera e propria.
Difficile operazione, considerato che il pezzo di marmo era già stato abbozzato da altri, ma lui riesce comunque a tirargli fuori quel che voleva.
Torna a Roma per servire il papa in persona, Giulio II Della Rovere, vecchio e formidabile pontefice dall’anima guerriera, di cui si diceva avesse gettato nel Tevere le chiavi di San Pietro per tenere solo la spada di San Paolo.
MICHELANGELO - 1513/15 MOSE' - PARTICOLARE
ROMA, TOMBA DI GIULIIO II
 BASILICA DI SAN PIETRO IN VINCOLI
Gli affida il proprio monumento funebre e Michelangelo va di persona a scegliere i marmi a Carrara.
Ma questo monumento da cui attende la gloria, sarà invece la tragedia della sua vita, perché tra modifiche, rinvii e discussioni con il papa, andò avanti 40 anni per poi concludersi con una soluzione di ripiego.
Fece il Mosè, grandiosa scultura di uomo forte e vigoroso, un soggetto a lui molto caro.
Mai fece donne esageratamente femminili - se si esclude la Madonna nella Pietà, dolcissima figura di madre che lui non aveva quasi conosciuto - preferiva ritrarre uomini giovani e virili, potenti nella loro immobilità, da qui anche le chiacchiere sulla sua presunta omosessualità.
Ma Michelangelo era più forte delle chiacchiere, il suo genio se ne faceva un baffo degli stolti che sparlavano di lui. 
Il pontefice guerriero gli affida quindi la decorazione della volta della Cappella Sistina, un lavoro titanico, 40 x 13 metri a 20 di altezza, che inizia nel 1508: “Io sto qua in grande affanno e con grandissima fatica di corpo e non ho amici e non ne voglio”.
MICHELANGELO - VOLTA DELLA CAPPELLA SISTINA - LA NASCITA DI ADAMO - 1508/1512
E' l'opera che più di tutte lo rappresenta: un immenso affresco in cui immettere le balenanti visioni bibliche savonaroliane, la sua percezione della Fede, dei Profeti e della creazione dell'uomo con Dio inserito in quel che pare la sezione di un cervello.
La verità è che accettò l’incarico contro voglia, ma non solo.
Sostituì lo schema già deciso dal papa con il suo, ben più complesso, il che volle dire litigate furiose con Giulio II.
E' la sua straordinaria rivoluzione, di portata epocale.
MICHELANGELO
VOLTA DELLA CAPPELLA SISTINA
IGNUDO, PARTICOLARE
Per la prima volta la concezione dottrinale è dell’artista e l’architettura dipinta non è solo cornice ma parte integrante dell’opera.
Il collerico Giulio II lo fa impazzire: sale sui ponteggi e lo minaccia col suo bastone infuriandosi per un lavoro che non aveva mai fine.
Ma il 31 ottobre 1512 la volta terminata svela agli occhi di tutti le sue terribili storie bibliche e le figure di Sibille e Profeti affacciati sull’abisso del futuro con colori forti, decisi, come sculture dipinte.

MICHELANGELO - 1559ca
PIETA' RONDANINI
PARTICOLARE
MILANO, CASTELLO SFORZESCO






Polemiche a non finire, ma vinse lui, a dispetto di chi diceva che non era capace a dipingere ad affresco, delle invidie degli altri artisti e malgrado il suo temperamento tempestoso e tormentato.
È il 1520 e nella tecnica del "non-finito" immette in maniera drammatica l’angoscia dell'artista per la condizione umana, l’ossessione del peccato, della morte, la speranza della salvezza e della liberazione, tutte le sue angosce, le sue ansie e le sue pulsioni, trovando il culmine nella struggente Pietà Rondanini, il suo testamento spirituale a cui era ancora la lavoro nei giorni precedenti la morte.
Le ultime opere monumentali, il Giudizio Universale, la cupola di San Pietro e Piazza Campidoglio, iniziano nel 1534 ma lui ha quasi sessant’anni, è stanco e ossessionato da pensieri di morte.
Dopo una vita intera passata senza un vero amore, chiuso nel suo essere scorbutico e sdegnoso, il terribile vecchio incontra, nel 1537, la donna della sua vita, Vittoria Colonna, l’unica capace di spezzare il cerchio della sua solitudine spirituale non con un vero amore, di cui però ne ha tutta la dolcezza, ma con una profonda amicizia.
Lei morirà dieci anni più tardi, provocandogli un enorme dolore e lasciandolo nuovamente solo a combattere contro i fantasmi della solitudine. 
Michelangelo muore a Roma il 18 febbraio 1564 a 89 anni e il nipote di nascosto trasportò a Firenze il suo corpo, dove gli fecero solenni funerali di stato.
Il suo corpo è sepolto a Firenze a Santa Croce  ma il suo spirito è vivo più che mai e rinasce ogni volta che qualche piccolo, insignificante umano muove lo sguardo verso una delle tante incredibili meraviglie nate dal suo cuore, dalla sua mente e dalle sue mani.                    

venerdì 12 dicembre 2014

Paolo Veronese processaro dall'Inquisizione


PAOLO VERONESE
AUTORITRATTO GIOVANILE - 1560
MASER (TV) - VILLA BARBARO
Bisogna imparare a guardare.
Molto spesso, e comunque più di quanto non si creda, l’immagine che vediamo ne rappresenta un’altra, di solito con un significato completamente diverso.
E’ il 1571 e a Paolo Veronese viene affidata dai frati domenicani del veneziano convento di San Giovanni e Paolo la commissione per una Ultima cena, dipinto grandioso, alto quasi 13 metri e largo più di 5, da mettere nel refettorio,  in sostituzione del dipinto di ugual soggetto di Tiziano, distrutto da un'incendio, ora alle  Gallerie dell’Accademia di Venezia.
Veronese era uomo di intelligenza fortissima, un vero genio, e la sua arte era di una forza totalmente creativa e scenografica, resa con sbalorditiva rifinitezza.
Il 20 aprile 1573 Paolo completa l’opera, pagata di tasca sua da padre Andrea Buono, che dalla sua eredità familiare prende i 400 ducati  d'oro necessari
Il giorno dell'Ascensione, quando il refettorio spalanca i suoi battenti in modo che tutti possano ammirare il capolavoro, cominciano i guai.
E’ una storia affascinante e intricata quanto un giallo, con tanto di processo e condanna.
Il Tribunale dell’Inquisizione stava con gli occhi aperti, acutamente consapevole del valore divulgativo che avevano, specie nei confronti della massa degli analfabeti, le rappresentazioni iconografiche dei misteri della Fede: un valore paragonabile a quello dei mass media del giorno d'oggi.
Era cioè necessario che tali rappresentazioni fossero rigorose e seguissero le indicazioni iconografiche date dal Concilio di Trento (1545/1563), che metteva anche in guardia contro le pitture sconvenienti ai luoghi sacri.  
Va bene che nel dipinto di Veronese non c'erano nudi come nel Giudizio Universale di Michelangelo, ma il nostro aveva usato colori e pennelli con una disinvoltura che non piacque assolutamente. 
Paolo finisce perciò sotto processo, i cui atti ci sono pervenuti per intero.
PAOLO VERONESE - CONVITO A CASA DI LEVI  - 1571 
VENEZIA, GALLERIE DELL'ACCADEMIA
Gli si chiede perché nella cena del Giovedì Santo avesse introdotto un cane, un nano buffone con un pappagallo in mano, un servitore che perde sangue dal naso, alcuni alabardieri tedeschi e altre figure profane che così tanto facevano discutere la città, peraltro per nulla bigotta, anzi.
Paolo si difende, ma poi capisce di trovarsi su di un terreno pericoloso e fa una precipitosa marcia indietro.
"Signore Illustrissimo, non ho considerato tante cose, non immaginando di commettere un'irregolarità, tanto più che quelle figure buffonesche sono collocate fuori del luogo dov'è Nostro signore".
Paolo viene comunque condannato a correggere il quadro entro tre mesi e a sue spese.
Sostituire quindi lanzichenecchi e buffoni con Maddalene penitenti o apostoli adoranti?
Neanche per sogno.
Il nostro se la cava con un escamotage: cambia il titolo al dipinto, facendolo diventare un Convito a casa di Levi, a proposito del quale il Vangelo dice che "molti pubblicani e peccatori erano a tavola insieme a Gesù e agli apostoli".
La storia non finisce, anzi forse è solo all'inizio, e come in un romanzo giallo arriva puntualmente il colpo di scena.
Il quadro mente, così come gli atti processuali confermano che Veronese mentì davanti al Tribunale.
Perché?
PAOLO VERONESE - ULTIMA CENA - 1585 - MILANO, PINACOTECA DI BRERA
 
Nell'Ultima cena, e questo è noto a tutti e non solo agli scaramantici, a tavola erano seduti in tredici e non in quindici come li dipinse il buon Paolo.
Inoltre Gesù veniva sempre raffigurato con i suoi apostoli - e le indicazioni del sui particolari iconografici erano ben più che intransigenti e feroci - in ambienti raccolti e da soli e non con una quarantina di personaggi intorno, di cui alcuni davvero stravaganti.
Recenti studi hanno invece dato un'altra versione della storia, ritrovando un'iconografia legata a un passo del Vangelo di Luca (11, 37/54) che racconta della Cena a casa del Fariseo, perfetto per dipingere sotto mentite spoglie i “cattivi prelati”, ossia coloro che sia da Roma sia da Venezia avevano intimato ai dotti ma assai liberi frati domenicani di seguire la regola rigidamente.
Piuttosto che passare da conventuali ad osservanti, ci faremo luterani” sembra avessero detto i frati di San Giovanni e Paolo.
PAOLO VERONESE - CONVITO A CASA DI LEVI -
PARTICOLARE CON IL NANO E L'IMMONDO
E i “cattivi prelati”, secondo questi studi, vengono ritratti come il nano deforme con il  pappagallo e l’immondo con il fazzoletto bagnato di sangue sulla scala di sinistra.
Un’immagine politica quindi, dal significato criptico, da far ritenere che il processo a lui intentato per eresia fosse in realtà una copertura per insabbiare il dibattito aspro e velenoso tra i frati veneziani e l’autorità ecclesiastica.
E non poche voci invocano la riapertura di un processo che, a distanza di quasi cinque secoli,  potrebbe riservare ancora molte sorprese.        

venerdì 5 dicembre 2014

Raffaello e il suo unico grande amore

JEAN-AUGUSTE DOMINIQUE INGRES
RAFFAELLO E LA FORNARINA - 1813
Raffaello quando si innamorò era al culmine della sua fama, aveva il gusto del lusso e della raffinatezza e vestiva abiti splendidi di sete e velluti che mettevano in risalto la sua bellezza un po’ languida.
E Michelangelo, uomo serio, tormentato e tutto d’un pezzo, lo guardava con aperta avversione…
Il  giovane pittore di Urbino, dove nacque nel 1483, aveva ormai imparato ogni segreto della pittura, sapeva maneggiare pennelli e colori con una tecnica fantastica, sì che riusciva a rendere il bello in ogni cosa che dipingeva.
RAFFAELLO SANZIO - LA VELATA - 1516
FIRENZE, PALAZZO PITTI
La bellezza fu una condizione necessaria per l’arte di Raffaello, perché egli desiderò di evadere dai mali del tempo” scriveva lo storico Lionello Venturi nel 1947.
Raffaello cercò la bellezza anche nella sua vita privata, che poi, inevitabilmente, si fuse con quella artistica.
Aveva una modella, una popolana, Margherita Luti, figlia di un fornaio di Trastevere, detta perciò la Fornarina.
Margherita era una ragazza bruna, affascinante, dal temperamento vivace, dalle forme opulente, con un viso perfetto illuminato da due occhi immensi.
Si incontrarono per caso, mentre lei si bagnava i piedi nel Tevere, e fu subito amore.
RAFFAELLO SANZIO 
 MADONNA DELLA SEGGIOLA
1514 - FIRENZE, PALAZZO PITTI
Lui viveva totalmente soggiogato da lei, non si stancava di ritrarla ed era così voglioso delle sue carezze che a volte, mentre lavorava era capace di abbandonare tutto per correre a trovarla.
Una passione violenta, fino alla nevrosi.
Tanto che, racconta il Vasari, nel 1514 pretende che gliela portino nella villa di Agostino Chigi alla Lungara dove sta dipingendo, altrimenti butterà all’aria tavolozza e pennelli, lasciando a metà l’affresco della Galatea, per il quale il banchiere senese gli ha imposto come modella la cortigiana Imperia.
E i matrimoni “bene” che i parenti e i suoi protettori gli sottoponevano, venivano regolarmente declinati con una scusa, perché, diceva lui, “doveva innanzitutto dedicarsi all’arte”.
Aveva anche una pseudo fidanzata, certa Maria, nipote del cardinal Bernardo Dovizi, brava figliola, con dote proporzionata alla fama di lui, ma il giovanotto rimandava indefinitamente le nozze a causa del suo amore struggente e tempestoso con la figlia del fornaio.
La fanciulla era davvero bellissima, lo si vede dai ritratti che il suo amante pittore le fece.
Quello più famoso è a Roma, nella Galleria di Palazzo Barberini
Lo realizzò intorno al 1518/1519 e alla sua morte era ancora lì, nel suo studio.
RAFFAELLO SANZIO
LA FORNARINA - 1518/1519
ROMA, GALLERIA DI PALAZZO BARBERINI
Lo dipinse di getto, senza disegno preparatorio.
Lei, sullo sfondo di un cespuglio di mirto, la pianta dedicata a Venere, è misteriosa e incantevole, dalla bellezza idealizzata e sublimata, assoluta ed enigmatica, con lo sguardo penetrante, perfetta, discreta quasi, ma che sa farsi puro erotismo nella sua discinta seminudità.
La sua pelle è chiara, quasi lattea, che vien voglia di accarezzare da quanto appare morbida, le sue mani sono appoggiate al seno e al ventre in una posa più che simbolica, il turbante di seta a righe verdi e dorate le copre in parte i capelli, il bracciale sul braccio con la firma di Raffaello, immersa in una luce che la fa schizzare fuori dallo sfondo scuro.
E’ ancora e sempre lei nella Velata di Palazzo Pitti a Firenze, con la sua grazia quasi sdegnosa declinata nei toni del bianco, del bruno e dell'oro, nella Madonna della Seggiola, nella Madonna di Foligno e della Santa Cecilia della Pinacoteca di Bologna.
E’ il 6 aprile del1520.

ROMA, PANTHEON
TOMBA DI RAFFAELLO
 
A 37 anni - alla stessa età di Parmigianino, Van Gogh e Toulouse-Lautrec - Raffaello muore, non perché sfinito dalle prodezze amatorie come vuole la leggenda, ma di pleurite.
Riesce a fare testamento: lasciò alla sua bella una somma tale da farla vivere decorosamente.
La poverina fu allontanata da casa durante l’agonia di lui, ma al momento del funerale, riapparve tra la folla e si gettò disperata e piangente sulla bara.
E per il dolore si ritirò a vita nel convento delle suore di santa Apollonia.
Ma è ancora lei e sempre lei nella Madonna del Sasso del Lorenzetto, voluta dallo stesso Raffaello a vegliare sulla sua tomba al Pantheon.
E il loro amore continua, speriamo, in eterno.

martedì 2 dicembre 2014

Breviario Grimani: il must dell'arte libraria


BREVIARIO GRIMANI

BREVIARIO GRIMANI
UNA PAGINA MINIATA
Sembra a volte che anche gli abbiano un’anima: i casi sono rarissimi ma se capita di imbattersi in uno di questi fortunati, allora l’emozione è davvero sublime. Il Breviario Grimani è in questa raffinata élite e lo sa benissimo, conscio com’è che il suo colto proprietario, il cardinal Domenico, aveva scritto nel suo testamento di mostrarlo solo a personaggi di riguardo e in occasioni particolari: se ambasciatori o principi volevano ammirarlo ma erano degli zotici ignoranti, avrebbero ricevuto comunque un grazioso ma inesorabile diniego.
D’altronde lui, dall’alto del suo mezzo millennio di vita, sa di essere perfetto in ogni minimo particolare, sa di avere 835 carte, ovvero 1670 pagine, 120 miniature a tutta pagina, una quantità impressionante di decori e capilettera impreziositi dall’uso sapiente dell’oro, una scrittura chiara ed elegante, una copertina in velluto cremisi con bronzi dorati e la medaglia con il profilo del suo mecenate, con una varietà dei temi e di soggetti inimmaginabile.
E sa di essere, perciò, un capolavoro assoluto.
Un capolavoro famoso nel mondo eppure quasi sconosciuto.

BREVIARIO GRIMANI - MESE DI FEBBRAIO
Un oggetto cult comprato dal cardinal Domenico nel 1520 per l’astronomica somma di 500 ducati d’oro, la stessa necessaria per armare una galea carica di merci e marinai pronta per salpare per l’Oriente.
Il patrizio si portò a casa un manoscritto nato tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, un vero capolavoro, per poi donarlo alla Serenissima Repubblica di Venezia che lo custodì nel Tesoro di san Marco fino a quando nell’Ottocento passò alla Biblioteca Marciana.

BREVIARIO GRIMANI - MESE DI MAGGIO
Considerato a ragione un monumento dell’arte della miniatura fiamminga del Rinascimento, il breviario, di cui non si conosce l’esatta committenza originaria, offre una panoramica dell’iconografia e della capacità analitica dei seguaci di maestri del calibro di Van der Goes, Gerard David, Metsys e Jan Gossaert.
La parte più conosciuta del Breviario è il calendario iniziale: nelle scene a piena pagina collocate di fronte alle pagine del calendario di ciascun mese incorniciate con piccole scene di vita, esplode una sequenza di quadri sulla vita contemporanea di corte, della borghesia e del mondo contadino, come voleva la nuova stratificazione della società.

BREVIARIO GRIMANI
MESE DI AGOSTO
Furono soprattutto quelle scene (la magia della neve a gennaio, la tavola del banchetto del Signore, la scena di caccia, la luce notturna) a destare la meraviglia degli ambasciatori o dei reali in visita che poterono accedere al Tesoro di san Marco.
Sa di essere bello, di quella bellezza che Grimani considerava, da uomo di Chiesa, come l’ombra di Dio sulla terra, sa di essere la rappresentazione sublime della soluzione data dagli artisti delle Fiandre al problema della rappresentazione del visibile.
Il Breviario sa di essere stato una pietra miliare in quella straordinaria liason tra l'arte fiamminga e quella veneta che fece nascere capolavori a quattro mani, frutto di una contaminatio intellettuale senza precedenti.

Lui non è consultabile, e per ovvie ragioni di tutela vive nel suo  rifugio sicuro e solitario.

BREVIARIO GRIMANI - MESE DI MARZO

Ne esistono copie in fac-simile, anche straordinariamente perfette nonché costosissime, altre parziali e insufficienti, altre più decorose ma tutte ugualmente sterili di sensazioni.
Invece la sua anima emana bellezza, arte e cultura, e si percepisce alla prima occhiata di chi ha avuto, come me, la fortuna e il privilegio di guardarlo.

E questa percezione regala felicità.

venerdì 14 novembre 2014

Giorgione, il vero rivoluzionario

GIORGIONE
MADONNA, BAMBINO E SANTI
Era davvero l’enfant prodige della pittura cinquecentesca e, non so perché, ma lo immagino giovane e bello, come lo era l’eroe della Locomotiva di Guccini.
Forse perché morì a 33 anni, forse perché la sua vita e le sue pochissime opere sono ancora un mistero ancora tutto da scoprire, alimentato da leggende che spalmano su di lui un alone di mistero ancor più affascinante.
Di Giorgio da Castelfranco detto Giorgione, si sa che nacque intorno al 1477 e ben poco dalle Vite di Giorgio Vasari e dalla biografia che scrisse Carlo Ridolfi nel 1648, spesso, come succedeva all’epoca, piuttosto inattendibile seppur con un fondo di verità. 
in ogni caso entrambi raccontano che il giovanotto amasse le belle donne, l’amore, la vita, la musica e che frequentasse la società patrizia veneziana raffinata e per nulla bigotta.
Inizia la sua carriera nel 1504 con una pala d’altare di impostazione ancora belliniana per la sua cittadina ma subito la svolta, improvvisa e violenta, tale che lasciò una traccia potentissima nella pittura dei secoli a venire.
Chiave della sua arte è il rapporto tra pittura e natura con la resa della luce e dell’atmosfera. 
GIORGIONE - CONCERTO CAMPESTRE
Per raggiungere questo effetto, riduce l’importanza del disegno di contorno, esaltando così i passaggi cromatici di tono.
Pochissime sono le tele che dipinse sicuramente il giovane talento veneto fra cui la Venere dormiente, la Tempesta e I tre filosofi.
Altre due tele, il Concerto campestre e il Concerto, sono contese, da sempre fra la mano di Giorgione e quella di Tiziano, suo allievo.
Comunque, io propendo per attribuirle entrambe a Giorgione, perché l'impostazione non può che essere che sua. 
Nella Venere dormiente, di cui ho già scritto un articolo, il primo nudo femminile dell’arte moderna, la dea non è comunque la protagonista per il suo fondersi con il paesaggio, che segue le forme e le sembianze del corpo.
Ancora più rivoluzionario il rapporto tra Natura e figura umana nella Tempesta: nell’ampia veduta in profondità, illuminata dal bagliore di un lampo, si inseriscono due figure, un giovane con una lancia e una donna che allatta il bambino.
GIORGIONE - LA TEMPESTA
Non importa sapere che i due sono Adrasto e Ipsipila, due personaggi di un poema di Stazio.
Sono immersi in una sfera fantastica e poetica: tra la natura in tempesta, la donna e l’uomo si instaura un feeling di sensazioni evasive, indecifrabili, che sono la vera essenza di questo capolavoro.
Tecnicamente, l’indefinitezza pittorica che riassorbe i contorni del colore usato nelle sue infinite possibilità risponde all’indefinitezza del soggetto e suggerisce una nuova visione della natura.
Il dettaglio degli alberi consente di apprezzare in pieno la pazientissima e fine tessitura luministica che regala al dipinto una straordinaria e inedita suggestione.
L’ultimo capolavoro giorgionesco è I tre filosofi, su cui storici, filosofi, iconografi e semiotici si sono letteralmente spaccati il cervello.
GIORGIONE - I TRE FILOSOFI
Un enigma, di quelli che di sicuro piacevano al ragazzo di Castelfranco, forse fatto apposta per far impazzire la gente.
Forse raffigura le tre età dell’uomo, forse.
L’importante è che ancora una volta il suggestivo scorcio di paesaggio animato dalla luce dorata e le tre figure pensose e monumentali sono un tutt’uno che diventa messaggio poetico e profondo.
Giorgione muore nel 1510, lasciando dietro di sé il mistero della sua vita e delle sue opere e, davanti, una nuova, straordinaria, strada per la pittura.

domenica 5 ottobre 2014

La guerra, vinta, di Tiziano

TIZIANO - APOLLO E MARSIA
Ha ormai quasi novantanni, eppure il grande vecchio della pittura italiana riesce a dare il meglio di sé. L’ultima opera, la Pietà, non riesce neanche a finirla - ci penserà poi Palma il Giovane a farlo, dipingendo gli angeli reggicero – perché la peste se lo porta via.
Ma cosa ha lasciato Tiziano in eredità che così tanto ci emoziona?
Provate a fare un gioco, una sorta di guerra surreale con protagonisti il Disegno, il Tempo e il Colore.
Pensate di trovare davanti a voi una grande tela, con un poveretto – scoprirete poi che si chiamava Marsia, che perse una gara di flauto con Apollo e che subì una punizione simile a un sacrificio umano – contorto dal dolore mentre lo stanno scuoiando.
Fermatevi, non potete fare altro.
Un groppo in gola e un aggrovigliamento di stomaco ve lo impediscono.
Siete spettatori privilegiati di un conflitto dal sapore rivoluzionario, di una lotta fra titani decisa da quel divin pittore che scese dai monti del Cadore per cambiare il corso della storia della pittura.
Ascoltate le voci di quella pittura.
Sentirete un fragore, urla, strepiti, come nel bel mezzo di una battaglia.

Un miscuglio di colori urlanti vi appare sullo sfondo, mentre lacca rossa, biacca, nero e le tinte dell’incarnato delle figure di destra – un satiro, un bambino, un cane – si sciolgono mescolandosi indissolubilmente fra di loro, come nel velo di Apollo che sta a sinistra – azzurro polvere, viola, lacca rossa – o nel corpo martoriato di Marsia – rosso, verde, grigio, beige – che troneggia disperatamente al centro.

TIZIANO - TARQUINIO E LUCREZIA
È lì, il momento topico, la madre di tutte le battaglie. 
Il Disegno, che ha cercato disperatamente di difendersi con tutte le sue forze che lo davano da sempre come il principale e indispensabile ingrediente della pittura, ormai privo di forze, soccombe, steso dal Colore che a sua volta ingaggia un’altra terribile battaglia contro qualcosa di assolutamente ineffabile: il Tempo.
Guardate e ascoltate.
L’un contro l’altro armati ecco il duello all’ultimo sangue tra un grande vecchio, forte della sua genialità, e il secolo d’oro della pittura, che gli sta così stretto da soffocarlo.
Ed eccolo Tiziano, ormai stanco, malato e con la vista malandata, sconfiggere il Tempo e catapultarsi tre secoli in avanti.

Par quasi di vederlo, col suo pastrano antico, la sua barba lunga, il suo sguardo fiero e indagatore, aggirarsi per Montmartre, guardare quei giovani dai nomi strani che si facevano chiamare Impressionisti.

TIZIANO - PIETA'
Chiudete gli occhi.
Immaginatelo, mentre rivendica con orgoglio la paternità di quel nuovo modo di far pittura lontano dalla prassi accademica, di quelle pennellate sfatte, di quel colore steso con le dita, di quei colori mischiati.
Immaginatelo che racconta a uno dei tanti bohémien che si credono innovatori, come si inventò quella biacca mescolata all’arancio, al nero e al blu per dare una forma alla disperazione tutta umana della Maddalena nella Pietà, o quelle labbra rosse di Maria, così sfatte per le troppe lacrime che solo una madre sa versare per il proprio figlio o le macchie con cui magicamente insieme aveva formato il corpo morto di Cristo.
O ancora come riuscì, lottando a mani nude contro i margini ben delineati, a dare così forza a Tarquinio, vestito di arancio, lacche, biacca, nero e marrone mentre pugnala una terrorizzata Lucrezia, col colore candido della veste che si scioglie nella carne tremante, quasi fosse una ballerina di Degas impegnata nella tragica danza della Morte.
E ora rilassatevi, la guerra è finita, vinta da un uomo vecchio, che con il pensiero già toccava la morte, con la sola arma del suo Colore, trapassando il Tempo e il Disegno con la spada della sua imperitura gloria.