domenica 6 dicembre 2015

MASCHERE AFRICANE: UN MONDO DI SPIRITUALITA'


MASCHERA DA MATRIMONIO
DIPINTA E DECORATA
CON PERLINE POLICROME
GUINEA
SANREMO, COLLEZIONE PRIVATA
Al primo sguardo sembrano oggetti semplici, quasi primitivi.
Ma se solo si va oltre la prima occhiata, ci si trova catapultati in un mondo spirituale e per certi versi onirico.
Già, perché le maschere africane, principalmente quelle della zona occidentale, nascono dal desiderio di uscire dalla condizione umana, dalla volontà di esistere in un altrove sconosciuto, di partecipare alla vita dell’universo.
Le maschere, elemento fondamentale per i riti della religione animista, sono il medium tra il soprannaturale e l’umano e parlano una lingua complicata e simbolica, interpretata solo dagli iniziati che per sapienza, saggezza ed esperienza, sanno tradurre in parole umanamente comprensibili il messaggio che trasmettono.
Ma andiamo per ordine.
Maschera è tutto l’insieme: il costume di stoffa che ricopre il corpo, gli accessori che si tengono in mano o che adornano il danzatore.
Sì, perché in Africa l’elemento fondamentale della vita è la danza, quel fluido nascosto che scorre in tutti gli esseri, umani, animali o vegetali che siano, il magico punto di contatto e di partecipazione dell’uomo con la natura.
In ogni istante della sua esistenza, l’uomo africano è accompagnato dalla danza e dalle maschere.
Si danza durante i matrimoni, le iniziazioni, i riti per la speranza di un buon raccolto o di una buona caccia, per i defunti, per l’arrivo di un nuovo nato: praticamente per tutto.
MASCHERA IN LEGNO COLORATO
CONGO
MILANO, COLLEZIONE PRIVATA
E’ la danza della vita, della speranza, della gioia e del dolore.
Proprio per la loro essenza magica, le maschere non sono quasi mai ritratti di persone: le caratteristiche personali del volto sono volutamente abolite e la struttura, pur dando a prima vista un impatto di grande realismo, è in realtà una sapiente disposizione di volumi e geometrie.
Una scultura di impressione dunque, che nasce all’interno dell’individuo e si espande all’esterno.
La realizzazione ha caratteri davvero straordinari: lo scultore, ricevuti i consigli dal capo delle maschere, quello che noi comunemente chiamiamo stregone, una volta trovato l’albero adatto,  ne ricava la parte occorrente e la trasporta in luogo isolato e protetta da sguardi indiscreti.
Qui, dopo alcuni atti rituali, lavoro fino a che non ha terminato la sua maschera.
Solo al calare della notte rientra al suo villaggio, dove nasconde dallo stregone sia la nuova opera incompiuta sia il suo modello, per poi riprenderseli all’alba e tornare a lavorare nel suo rifugio.
Finito l’intaglio, per levigarla usa foglie rugose, liane, strisce di pelle animale, sabbia, pietre e frammenti d’osso.
MASCHERA IN LEGNO PATINATO
DAN, COSTA D'AVORIO
SANREMO, COLLEZIONE PRIVATA
Per colorarla usa coloranti vegetali ottenuti da foglie macerate, o la immerge nel fango o la annerisce a fuoco.
La patina vera e propria, quella che la fa sembrare morbida e capace quasi di muovere occhi, labbra e guance, si forma con il tempo, con l’applicazione di oli vegetali o con l’aspersione con liquidi sacrificali.
I dettagli decorativi, ottenuti con conchiglie, perline, striscioline di pelle e altri moltissimi materiali, fanno sì che il risultato sia sorprendente, intensificando espressività e il profondo senso magico e sacrale.
Pur non essendo immobilista, l’arte africana delle maschere è fedele allo stile tradizionale, anche se accetta alcune variazioni, e ha subito cambiamenti nel corso dei secoli, ma mai quei periodi di rottura e rinnovamento tipici della nostra cultura.
E’ un’arte con una funzione eminentemente sociale, distante anni luce dal nostro concetto di bello e di arte stessa, con la spiritualità che la fa da padrona, il cui scopo è spiegare, e possibilmente capire, il vero senso dell’esistenza quotidiana e metafisica della vita.

domenica 15 novembre 2015

CARI LETTORI...





Cari lettori,
sono finalmente tornata!
E con una novità, i video sugli artisti, che potete trovare nella home page.
A prestissimo!

domenica 24 maggio 2015

CARI AFFEZIONATI LETTORI,

Cari affezionati lettori,
a causa delle mie condizioni di salute e di altri fattori, smetterò momentaneamente di scrivere.
Quando mi riprenderò, continuerò.
Comunque,
grazie di cuore a tutti!
Alessandra


sabato 23 maggio 2015

LA PUBERTA' DI MUNCH, L'ESSENZIALE IN UN QUADRO

EDWARD MUNCH - LA PUBERTA' - 1895
OSLO, GALLERIA NAZIONALE
A chi non è mai capitato di trovarsi davanti la propria figlia adolescente, con uno sguardo che dice tutto e il contrario di tutto, che vi mette ansia e in difficoltà  con il modo cui vi guarda, come se voi genitori foste la causa di tutti i suoi insopportabili malesseri esistenziali?
Penso che queste sensazioni non avrebbe potuto meglio esprimerle Edward Munch, ne la Pubertà, che l’artista norvegese dipinse nel 1895.
C’è soltanto l’essenziale: il letto, la ragazza  e la sua ombra sulla parete.
La figura è realistica, con piedi grossi e mani un po' arrossate, gracili, come di bambina, il petto e le braccia e piene, già di donna, come la curva delle anche e del bacino.
Il volto incerto e spaurito dice il suo turbamento per il mutamento che sente compiersi nel proprio essere, cosa che succede alle adolescenti di tutto l'universo, con tutti i problemi che questo cambiamento comporta, e relative e inevitabili crisi di nervi.
Realistica, anche se ingigantita, è l’ombra, giustificata dall’illuminazione frontale, che prende forma e incombe come un fantasma, ma di quelli cattivi e pericolosi però. 
Anche il letto è realistico: si vede l’impronta, par di sentire il tepore lasciato dal corpo, eppure allude a quelli che per Munch sono i due poli dell’esistenza: l’amore e la morte.
E quel senso d’ansia sospesa della figura nello spazio vuoto è il primo segno dell’influenza nell’arte della filosofia esistenzialista.
Tutto in questo dipinto – la fluidità delle linee, la scorrevolezza del segno, i colori forti – allude alla continuità del tempo, al trascorrere della vita, all’inarrestabilità del destino.
E come non mai, fissa in un'immagine il periodo più bello ma anche più travagliato dell'esistenza di una donna, con i suoi contrasti, le sue paure, le sue speranze, i suoi sogni.
Un periodo che mai dimenticherà e che a posteriori diventerà un ricordo meraviglioso, fatto a volte anche di rimpianti, ma indelebile e dolcissimo.

venerdì 15 maggio 2015

I GIOCATORI DI CARTE DI CEZANNE: UN QUADRO DA SCOPRIRE

PAUL CEZANNE - LES JOUEURS DE CARTES - 1890/1895 - PARIGI, MUSEO D'ORSAY
Come conciliare l’attualità con l’apparente indifferenza di Cézanne verso i problemi sociali, tipici del suo tempo?
Chiuso nel suo studio, lontano dal mondo, non pensa che alla pittura, non lo sfiora il sospetto che nel problema generale della società si possa isolare un problema sociale.
Un solo quadro, in più versioni con i personaggi che da cinque scendono fino a due, sembra sfiorare l’argomento: Les joueurs de cartes, dipinto intorno al 1890.
Il tema è chiaramente di ispirazione caravaggesca e conferisce alla partita un carattere estremamente austero.
Con accenti diversi da quelli che poteva aver il primo Van Gogh, non sfugge neppure a lui la compostezza e la serietà
dei due contadini, che portano nel gioco lo stesso impegno e la stessa ritualità del lavoro.
Benché la posizione e i gesti delle figure siano perfettamente simmetrici e nei visi non vi sia la minima ricerca di espressione psicologica, Cézanne ha comunque espresso un rapporto tra i due giocatori, l’uno intento a scegliere la carta da giocare, l’altro in attesa.
La fissità del giocatore in attesa è definita dalla forma cilindrica del cappello che si ripete nella manica, dalla retta dello schienale della seggiola, dalle note bianche della pipa e del colletto: perfino la tovaglia rossastra sulla tavola cade a piombo dalla sua parte.
L’attenzione dell’altro è resa dai colori più chiari sensibili alla luce della giacca, del cappello, del volto e dall’andamento meno rigido, più ondulato, dei tratti.

Il divario tonale determina l’espandersi e il contrarsi del colore, fino al limite dove un’altra forma colorata lo blocca.
Ma questa partita, forse, poteva essere lo specchio di quella che stava giocando con il padre.
Una partita più seria: la lotta con il padre per far sì che  riconoscesse la sua pittura come qualcosa di veramente serio e importante.
Non sappiamo come andò a finire fra i due, ma certo è che la sua pittura la partita l’ha vinta.
Alla grande. 

sabato 9 maggio 2015

LE MANI: LO SPECCHIO DELL'ANIMA

AUGUSTE RODIN - IL PENSATORE - 1902
BRONZO - PARIGI, MUSEO RODIN
Ci sono mani, piccole mani autonome che hanno vita.
Mani che si levano, irritate e rabbiose, mani le cui cinque dita sembrano abbaiare come le cinque gole di un molosso infernale.
Mani che camminano, che dormono, mani che si ridestano, mani delittuoso e che si sono accasciate in qualche angolo come animali malati e sanno che nessuno verrà loro in aiuto.
Ma le mani sono pur sempre un organismo complesso, un delta in cui molta vita confluisce da lontani origini per riversarsi nella grande corrente dell’azione.
Le mani hanno una storia, una cultura, una particolare bellezza, si concede loro il diritto di avere un proprio sviluppo, propri desideri, sentimenti, capricci e passioni”.
Così scriveva Rainer Maria Rilker (1875-1926) perchè le mani, forse ancor più degli occhi, sono lo specchio dell’anima.
Quelle appendici del nostro corpo, che siano affusolate, paffutelle o bruttine, dicono di noi e dei nostri sentimenti più di quanto si possa immaginare.
PITTURE RUPESTRI  - 40.000 ANNI FA
SPAGNA, GROTTE EL CASTILLO
Le nostre mani, e soprattutto le nostre dita, cambiano continuamente di tensione e di  posizione sia quando agiamo sia quando parliamo.
Articolazioni che riescono a generare ogni tipo di emozione o sentimento: paura, amore, ribrezzo, violenza, sottomissione, abbandono, aggressione, passione, sgomento, pace, sorpresa, desiderio, bisogno di sicurezza, disperazione.
E gli artisti ben lo sapevano, tanto che ne hanno fatto spesso il fulcro dei loro quadri, il centro visivo della scena.
L'ARRINGATORE
FINE II/INIZIO III SECOLO A.C
FIRENZE, MUSEO ARCHEOLOGICO
E’ dai tempi preistorici che le mani rappresentano quello che gli uomini hanno voluto lasciare come traccia del loro essere sulla terra.
Le pitture rupestri in Spagna di 40.000 anni fa ne sono un esempio fantastico.
Andando avanti con la storia, la scultura dell’Arringatore, ha nella mano destra, più grande dell’altra, il suo punto di forza, quel particolare da cui viene attratta l’attenzione.
L’artista anonimo l’ha voluta alzata a e aperta per intimare il silenzio e farsi ascoltare.
Quale altro gesto poteva essere così esplicito?
E in epoca bizantina, il Cristo benedicente, che sia una scultura o un dipinto poco importa, è un Cristo che per dare la benedizione lo fa con un gesto che più esplicito non si può: le due dita alzate, con un gesto forte, inequivocabile.
Per arrivare in tempi meno antichi, come non si fa a pensare al ritratto di Jacopo Strada di Tiziano? 
Lui, antiquario e collezionista, con le sue mani bene in vista tiene ben stretto il suo gioiello, una scultura antica, e lo fa con tale delicatezza che invece che marmo si ha l’impressione che la donna scolpita sia un’opera di cristallo.
TIZIANO VECELLIO - 1567
RITRATTO DI JACOPO STRADA
VIENNA, KUNSTHISTORISCHES MUSEUM
Che dire poi del florilegio delle 130 dita che appaiono nel Cenacolo di Leonardo, tutte dipinte attraverso il  gioco di sguardi dei protagonisti di quella cena che cambiò la vita del mondo?
Dopo tre giorni Gesù fu crocifisso, morì e fu avvolto in un lenzuolo, così raccontano  i Vangeli.
E sarà ancora aperta per poco la visione della Sacra Sindone a Torino: milioni di persone da tutto il mondo per vedere  quel lungo lenzuolo che, ci si creda o no, porta a tutti un’emozione indicibile nel guardare un uomo che subì tali violenze.
E le sue mani, incrociate, con i segni del sangue, esanime ed immobili, provocano una pietà struggente, forse proprio quella pietà di cui ora ci sarebbe proprio tanto bisogno.
Le mani sono loquacissime, lingue le dita, clamoroso il silenzio”.
E' quanto scriveva Aurelio Cassiodoro nel VI secolo dopo Cristo.
E come aveva ragione!
Possiamo guardare tanti dipinti, affreschi o sculture, sacre o profane non importa, ma le mani, tenere come quelle delle Madonne che stringono il bambino o folli come quelle dei dipinti di Van Gogh o Ligabue, sono sempre quel qualcosa in più che fa di un dipinto un capolavoro, o, al contrario, un opera inutile.
JACQUES-LOUIS DAVID - 1793
LA MORTE DI MARAT - PARTICOLARE
BRUXELLES, MUSEO REALE DELLE BELLE ARTI
 
E la mano esanime nella Morte di Marat dipinta da Jacques-Louis David?
Fu accoltellato da una donna, Charlotte Corday.
Ma quella mano, che ancora tiene la penna con cui scrisse la lettera tenuta nell’altra mano, ha fatto rabbrividire chiunque abbia visto il quadro, anche solo in fotografia.
E’ un quadro che raffigura la morte, in una drammatica solitudine che esplode in tutta la sua angoscia, e le mani sono le assolute protagoniste.
Nella danza balinese, attraverso la posizione delle dita, della mano e del polso, posizione che può essere keras (forte) o manis (delicato), tutto il corpo parla attraverso di loro, per esprimere sentimenti, che in qualsiasi continente siano, sempre esprimono l'idea della vita,  nel bene e nel male.

Mani che con i loro gesti fanno infuriare o intenerire, accendere di passione o di odio, illanguidire o intimorire, spaventare o tranquillizzare.
Ma mai lasciano indifferenti.
Come l'arte.

mercoledì 6 maggio 2015

SANREMO SI COLORA DI ROSA PER IL GIRO D'ITALIA!

PANORAMICA DI SANREMO VISTA DAL MARE
Sanremo è la mia città, ci sono nata e vissuta, sono andata via ma poi ci sono tornata, non potevo starle lontano.
E’ la mia casa, le mie radici, la mia terra, la mia gente, la mia infanzia, la mia adolescenza, i miei ricordi, il mio liceo.
Insomma, la mia vita.
C’è il mare, di uno stupendo blu intenso che regala un senso infinito di libertà, ci sono fiori che fanno il mondo più bello, le palme, i ficus, le bouganville, i cactus alti decine di metri e le rose.
STATUA DELLA PRIMAVERA
SANREMO - PASSEGGIATA IMPERATRICE
E' una città colorata, dove l'inverno è una stagione che non mette  mai i brividi, anzi.
D'altronde è chiamata la città dei fiori.
Un  motivo ci sarà.
E quest’anno, per la seconda volta dopo il 1992, c’è un avvenimento speciale: la partenza del Giro d’Italia.
Sabato 9 maggio la partenza con la prima tappa di 17,6 chilometri a cronometro a squadre, da San Lorenzo al Mare sulla pista ciclabile per giungere in centro città, dove sono previste migliaia di persone.
E tutto si tinge di rosa, il colore storico della corsa: anche i palazzi, i monumenti, il porto, le vetrine dei negozi.
E’ molto kitch, dirà qualcuno.
Forse sì, ma spesso il kitch sublima nel meraviglioso, come in questo caso.
Passeggiando di sera, illuminata del colore più dolce che ci sia, ti sembra di ascoltare con gli occhi La vie en rose, e l’allegria ti acchiappa l’anima: lo Zampillo, la fontana della centralissima  piazza Colombo, la statua simbolo della Primavera, la fortezza di Santa Tecla al porto vecchio e il suo glorioso Casinò, datato 1905.
Tutto rosa, come in una fiaba.
SANREMO - CASINO' MUNICIPALE ILLUMINATO DI ROSA
Un evento sportivo che ha ormai 98 anni, che è nel cuore della gente, anche se il ciclismo ormai è diventato la fiera del doping e delle inchieste giudiziarie.
Sono lontani i tempi di Coppi e Bartali, di Merckx, di Pantani.
Ma è sempre una corsa affascinante, che gira il nostro paese in lungo e in largo, da nord a sud, facendo scoprire luoghi incantevoli spesso sconosciuti ai più.
SANREMO, FORTEZZA DI SANTA TECLA ILLUMINATA DI ROSA
E Sanremo è pronta ad accogliere il caos allegro e festoso di una festa popolare.
Ieri ho girato quattro ore in centro con Gloria, un’amica carissima, con cui ho un  feeling particolare .
E abbiamo capito, ancora una volta di più, che questa è una città che ama divertirsi, che ama i colori, le luci, i fuochi d’artificio, la natura, la gioia.
Ci sarà anche tanta confusione, ma chi ci fa caso se tutta la città si mobilita, si ingegna per far passare la crisi, si inventa modi nuovi e divertenti per far giocare i  bambini nelle piazze, se è piena di manifesti e di bandiere, rosa ovviamente.
SANREMO - VILLA NOBEL
Ed è anche un modo allegro per far conoscere che Sanremo non è solo la città del nostro amato Festival, di cui tutti parlano male ma poi tutti, anche se non lo dicono apertamente, lo guardano, almeno per poterlo criticare.
Sanremo ha arte e storia in ogni angolo: ha zone archeologiche perché era già famosa al tempo dei Romani per il suo particolare clima e le specialità naturali, come il commercio degli agrumi che dal Medio Evo in poi ebbe una vitalità eccezionale, ha un'enorme concentrazione di palazzi e ville Liberty meravigliose, come quella che fu di Alfredo Nobel, splendida, con ancora lo studio dove lavorò il grande scienziato con gli arredi originali e i suoi alambicchi, con un  bellissimo parco.
SANREMO - CHIESA RUSSA - PARTICOLARE
Ha una pista ciclabile lunga 25 chilometri nata sul vecchio tracciato della ferrovia a mare, dove i ciclisti si daranno battaglia  fino all’ultimo respiro.
E ancora la chiesa Russa più grande del mondo occidentale, perché qui soggiornarono molti membri dell'aristocrazia russa, prima fra tutti la zarina Maria Aleksandrova, moglie dello zar Nicola II, che nel 1874 donò le palme per ornare la passeggiata allora in costruzione, ancora oggi chiamata passeggiata Imperatrice.
Dopo la rivoluzione del 1917, ci fu una vera e propria diaspora dalla Russia di personaggi legati allo zar, che dalla loro gelida terra vennero qui per rinfrancare corpo e spirito, lasciando un ricordo perenne del loro passaggio.
LA FONTANA DELLO ZAMPILLO IN ROSA
Anche Elena, regina d'Italia era solita passare lunghi periodi in città, come del resto aveva fatto suo padre, il re del Montenegro Nicola I, che è sepolto nella chiesa russa insieme alla moglie Milena e le figlie Vjera e Ksenija.
E ancora le minuscole affascinanti stradine del centro storico, la Pigna, i grandi alberghi di metà Ottocento quando era considerata il giardino d’inverno dell’Europa, quando la Belle Epoque aveva qui il suo centro vitale e la città dei fiori era una tappa obbligata del Grand Tour.
Non sono pagata dall’Azienda del Turismo.
Amo la mia città.
SANREMO - CHITARRISTA IN ROSA
Anche se ha i suoi problemi, come tutte le città del mondo, è una città gioiosa e  con tanta voglia di vivere.
E in questi giorni ancora di più.
Quindi grazie al Giro d’Italia, che la fa vedere in una veste particolarissima e surreale, magica ed onirica.
Se tutto il mondo ogni tanto si colorasse di rosa, come ha fatto anche Londra per la nascita della royal baby, forse sarebbe un  mondo migliore.
E ne avremmo tanto bisogno.
Bisogno di un momento per guardare al futuro con più ottimismo, con maggior allegria, accantonando per un attimo tutti i problemi creati da chi sta più in alto di me e di tutti voi.
E qui si sorride, perché sorridere, è la miglior medicina per trovare in noi stessi la forza e la caparbietà per lottare e per andare avanti.
Qualcuno si chiederà il perché di questo articolo.
La risposta è semplice: perché Sanremo è Sanremo!

sabato 2 maggio 2015

MARIA CALLAS, UNA DEA DISTRUTTA DALL'AMORE

MARIA CALLAS E ARISTOTELE ONASSIS - 1961
«Aristo, amore mio, fa di me ciò che vuoi. Sono tua. La tua anima. Maria».
Una lettera d'amore struggente quella che Maria Callas scrisse da Parigi il 31 gennaio 1968 ad Aristotele Onassis, piena di speranza che il loro amore, nato nel 1957 e che mandò a monte il suo matrimonio con Giovanni Meneghini, durasse per sempre.
Ma la crudeltà degli uomini non risparmiò neppure la Divina.
Quell'amore la distrusse nell'anima e nel fisico.
La poverina apprese dalla televisione, pochi giorni dopo, che il suo Aristo avrebbe sposato un altro mito dell'epoca, Jacqueline Kennedy.
Per lei fu un colpo da cui mai si riprese.
Fece ancora una tournée con il tenore Giuseppe di Stefano in Giappone ma non era più la stessa, nonostante il suo pubblico la venerasse.
BRUNO TOSI
Da allora la solitudine nel suo ritiro di Parigi, inquieta fino alla disperazione, fino a lasciarsi morire, in un venerdì di settembre di quasi quarant'anni fa, nel 1977. 
Si racconta che sia stato un infarto a portarsela via o forse il dolore degli ultimi anni, terribili e colmati solo dalla solitudine e dalla tristezza.
La Callas è stata, è  e sarà per sempre una leggenda.
«Dalla ragazzetta greca bene in carne fino alla sottile musa dagli occhi grandissimi a dalla bocca sempre sottolineata da troppo rossetto» scriveva di lei Bruno Tosi, regista veneziano scomparso nel 2012 che la venerava e che era diventato il più grande collezionista dei suoi cimeli.
Tutta la vita di Maria era nelle sue mani.
ABITI DI SCENA DI MARIA CALLAS

Bruno aveva speso una fortuna per accaparrarsi ogni cosa che di lei andava nelle aste, ma era felice, perché così le sembrava di averla sempre vicino.
Spiegava con amore e tenerezza ogni abito, ogni lettera, ogni collana, raccontando infiniti aneddoti, ridendo e commuovendosi.
La accompagnò anche quando sparsero le sue ceneri nell'azzurro del mare greco, tornando così a casa sua, dopo una vita passata a girare per il mondo.
Mi disse che pianse quel giorno.
E non stento a crederlo, Bruno era un uomo che viveva di arte e di bellezza, sensibile e allegro, e aveva un grande, grandissimo cuore.
MARIA CALLAS CON L'ABITO
DELLA STILISTA BIKI
Bruno Tosi - che era presidente della Fondazione Callas -  inventò una mostra che ha girovagato nel mondo, per far ricordare a tutti un personaggio straordinario, irripetibile e indimenticabile.
Un florilegio di abiti, oggetti, fotografie e locandine che ne fanno un ritratto vero, di donna e di artista.
Dagli esordi veneziani che la vedono ventitreenne debuttare in Tristano e Isotta, poi bella paffutella in una gigantografia del '53, interprete della Traviata alla Fenice, fino all'abito in voile nero con spilla di brillanti, creato per lei dalla stilista Biki, il massimo del glamour, tanto che quella foto, dove Maria ha un vitino da 58 centimetri grazie ai quasi quaranta chili persi in meno di un anno, diventerà il logo della casa discografica Emi.
Vestiti di scena e non, tra cui la camicia da notte in voile giallo di Dior, ma anche scarpe, come i sandali creati per lei da Emilio Pucci nel '60 di perle e brillanti.
Gioielli, tra cui una montagna di perle, e oggetti particolari e curiosi, come l'allunga dita da guanti in argento o la bottiglia di champagne Maxime's per il suo camerino.
MARIA CALLAS NE "LA TRAVIATA"
CON IL VENTAGLIO IN MERLETTO DI BURANO
O ancora i ventagli in merletto di Burano per la Traviata alla Scala con la regia di Visconti e i tre in struzzo, nero, bianco e lilla, gli album personali dove raccoglieva tutti gli articoli che parlavano di lei e tantissime lettere.
Ma anche il suo certificato di nascita e il testamento del '54, la foto della festa di Elsa Maxwell all’hotel Danieli a Venezia, dove lei, bellissima in nero e con due fermagli di brillanti nei capelli, conobbe il suo Aristo.
E la voce unica e meravigliosa di Maria che ti sembra che canti in sottofondo ti dà un brivido e ti lascia senza fiato.
Pensi a lei, figlia di un emigrante greco divenuta la voce più celebre del mondo, un mito dell'universo dell'arte, ma anche a una donna innamorata e delusa, seppur fasciata in abiti da sogno, ingioiellata e venerata come una dea.

giovedì 16 aprile 2015

MA SCRIVERE E' DAVVERO UN MESTIERE?


Miei cari, voglio parlarvi un po’ di me, d’altronde chi mi conosce sa che sono abbastanza egocentrica e narcisista, quindi questo articolo ci sta.
Spesso ho avuto crisi di identità.
Intendo che spessissimo mi sentivo un’aliena.
Mi spiego.
Vedevo persone con professioni ben definite, e alcune anche molto ben pagate, e mi chiedevo perché loro sì e io no.
Ho scritto molti libri, ho scritto tanti anni sui giornali, ho scritto un’infinità di perizie su quadri e sculture.
Quindi sono ben conscia che il mio mestiere è SCRIVERE.
L'ho sempre fatto, fin da bambina.
Ho un'immagine piantata nella testa: io a otto anni, con i codini che avevo perennemente, che vado in cucina a chiedere a mia mamma qualche nome in spagnolo per i protagonisti di un "romanzo" che avevo appena iniziato a scrivere (mai finito).
Era una storia intricata, che si svolgeva su un vascello che navigava al largo della Spagna.
Mi ero fatta anche regalare  un grosso libro sulle imbarcazioni da cui avevo preso i dettagli  del "mio" vascello per riuscire ad ambientare meglio il tutto.
Già allora ero metodica e precisa, cercavo anche di avere una bella grafia, come mia mamma, ma la sua era stupenda e perfettamente leggibile, la mia, pur molto scenografica, no.
Anzi, le mie lettere sembrano geroglifici. 
Di nuovo io che scrivevo favole e racconti irreali, che poi spiegavo alle mie amichette mentre eravamo sedute nel bagagliaio della macchina di papà, sempre io al liceo che scrivevo poesie senza rima su un grosso quaderno con la copertina bianca di pelle con una rosellina incisa in oro.
Erano i primi segni reali e tangibili di un amore che non mi ha mai abbandonato, fedele, creativo, capace di farmi vivere in un'altra dimensione.
E ho sempre pensato che da grande avrei fatto quello.
E il perché è molto semplice: mi piaceva e mi veniva naturale. 
Non potevo immaginare , bimba innocente e ingenua, che quello non sarebbe mai stato considerato un vero lavoro.
Il mio primo serio lavoro di scrittura lo feci con la tesi di laurea, che come scrisse Umberto Eco, è come il primo amore, non si scorda mai.
Una monografia su uno stuccatore, Marcello Sparzo, vissuto tra '500 e '600 e praticamente sconosciuto al mondo,   con circa cinquecento diapositive (su ognuna avevo scritto il luogo e il numero di inventario con i trasferelli) scattate in giro per l'Italia con papà assunto come fotografo.
Trecento pagine scritte a macchina, rilegate in similpelle blu.
Ciclicamente mi viene in mente di riprenderla in mano e sistemarla, aggiornarla e pubblicarla, poi mi passa. 
E ora mi chiedo: scrivere è una professione?
Per professione intendo dire un mestiere riconosciuto e pagato. Ho qualche dubbio.
Funziona solo se sei assunto a tempo indeterminato da un giornale o scrivi best-seller. Altrimenti non conti.
La battuta è vecchia ma efficace: ma tu, oltre a scrivere, che lavoro fai?
Nessuno. Scrivo, rispondo sempre laconicamente.
Tempo fa, pensai di scrivere sui giornali on-line.
Andai su internet, mi guardai un po’ in giro, poi trovai alcuni siti che cercavano SCRITTORI e GIORNALISTI.
Perfetto, pensai felice, è fatta!
Seguite bene: mando una mail all’UNICO sito che non scrive piccolo piccolo in fondo (come le polizze di assicurazioni o le banche) che le collaborazioni SONO GRATUITE E NON VERRANNO RETRIBUITE.
Da notare che cercavano laureati e giornalisti iscritti all’Ordine, quindi avevo tutte le carte in regola.
Dopo due giorni mi risponde un tale, che si dice felice di conoscermi, che bel curriculum che hai, che brava che sei, quante cose hai scritto ecc. ecc.
Ma, in fondo alla  mail c’era scritto anche che i miei articoli sarebbero stati pagati 0,1 centesimo di euro ogni 10 parole.
La mia risposta ve la evito.
Ritorno seria. In tanti anni di esperienza, ho capito una cosa.
Molte persone credono che scrivere sia solo una PASSIONE.
Certo che lo è, però è anche CAPACITA' e senza di quella si potrebbe solo copiare l’elenco telefonico o, ancora peggio, copiare quel che han scritto altri.
Una passione/capacità fatta anche di stanchezza, di mal di testa, di panico da foglio bianco, di schiena che scricchiola a forza di stare seduti per ore in posizioni sbagliate.

E quando per quella passione passi giornate e notte intere con carta e penna o su una tastiera (io ho cominciato a martoriarmi i polpastrelli con la Olivetti Lettera 22 e con decine di fogli accartocciati nel cestino), ti aspetti anche qualcosa di concreto in cambio.
Forse tanti non sanno quanta fatica c’è dietro quel foglio di carta.
Ci sono anni di studi, che come gli esami non finiscono mai, di ricerca su tonnellate di libri, di giornate intere passate in biblioteca a volte invano senza trovare niente di utile, di spaccamenti di cervello per inventarsi qualcosa di geniale e inedito, di personalissimo e folgorante.
Morale della storia: non sono mai diventata ricca.
Però mi arrabbio e mi avvilisco, perché SCRIVERE non è solo un batter di tasti frenetico, non è solo riempire pagine e pagine di blocchi o di quaderni con appunti che trovi sulla scrivania, dentro le tasche o nei posti più disparati, è un mestiere difficile.
Bisogna buttarci dentro tutto quel che hai, senza riserve: anima, corpo, cervello, cuore, fantasia e conoscenza.
E forse, uno sforzo così, andrebbe gratificato.
Tutti i mestieri vengono pagati il giusto, tranne questo.
Ma non parlo solo per me.
CON IL PROFESSOR PIERANGELO BELTRAMINO
CHE PRESENTA UN MIO LIBRO
SANREMO, BIBLIOTECA CIVICA, 18 GIUGNO 2010
Parlo anche a nome di quelle persone che dedicano la loro intera vita a studiare, a scoprire, a pubblicare, ai ricercatori, a chi lavora nelle università, con stipendi da fame, vivendo con sacrifici immensi la quotidianità.
Parlo di ragazzi geniali che non possono andar via dalla casa di mamma e papà perché non riescono con la loro grande passione a mantenersi, ragazzi con il futuro spezzato già prima di nascere.
Perché se è vero che il denaro è lo sterco del diavolo, è però necessario per non sentirsi indegni nella società, anche se per questa ormai valgono più i naufraghi sconosciuti di chi fa davvero cultura, di chi fa conoscere la storia, la letteratura, di chi fa amare le meraviglie di questo straordinario paese che è l’Italia, di chi fa pensare e fa sognare le persone.
Eppure, continuo come Don Chisciotte contro i mulini a vento, a volte un po' delusa, a volte piena di entusiasmo.
Ma non mollo, anche se il mio mestiere non è codificato e non ho uno zio ricco d’America che mi lascerà miliardi.
 
p.s. con 0,1 centesimo di euro ogni 10 parole, scrivendo questo articolo avrei guadagnato 1 euro e 7 centesimi...

Questo articolo è dedicato con affetto a
TUTTI I MIEI LETTORI


martedì 14 aprile 2015

ALFREDO BARBINI, L'INCONTENIBILE MORBIDEZZA DEL VETRO

ALFREDO BARBINI AL LAVORO NEGLI ANNI '40
Era un uomo introverso, severissimo sul lavoro: voleva che tutto fosse perfetto perché tecnicamente era bravissimo e se c’era un difetto lo faceva notare pesantemente.
Ma è stato uno dei maestri vetrai più importanti del Novecento, un grande innovatore”.
Così Livio Seguso racconta Alfredo Barbini, suo zio da parte materna, classe 1912, eccelso figlio dell’isola del vetro chiamata Murano.
Sono ricordi di quando lavoravano insieme, immagini di una collaborazione durata fino al 1958, quando i due si divisero, con non pochi attriti, per intraprendere strade diverse.
ALFREDO BARBINI - CENTRO TAVOLA
VETRO MASSELLO CON INCLUSIONI DI FUMI E COCCODRILLO,
INCALMO SUL BORDO CON ORO SOMMERSO
Fu difficile lasciarlo - dice Seguso - ma non avevo autonomia con lui, così dovetti prendere per forza quella decisione”.
E così fu.
Livio virò decisamente verso la purezza di sculture fatte di luce e contaminate anche da altri materiali, Alfredo verso sculture direttamente scolpite nel vetro, lasciandosi dietro il vetro soffiato, vera icona di Murano.
Già, il vetro, sempre lui, quel materiale difficilissimo da domare come un cavallo imbizzarrito.
Ma quando ci riesci, e non è facile per niente, ottieni oggetti vibranti, morbidi, sensuali, colmi di forza, di colore, di sfumature e di magia.

ALFREDO BARBINI E NAPOLEONE MARTINUZZI
NUDO DI DONNA
PASTA BIANCA E FOGLIA ORO
Alfredo iniziò quasi da bambino a lavorare con il vetro per poi collaborare, dal 1932 al 1936, con Napoleone Martinuzzi, altro grande personaggio e scultore, che gli farà amare e modellare il vetro massello, ovvero massiccio.
Lo stesso Barbini dirà che quando scolpiva quella materia ribollente e molle, sentiva che le sue mani erano guidate da una forza interiore.
E lui “plasmava il blocco di vetro in modo sublime” ricorda ancora Livio, “attraverso i movimenti del corpo”.
La sua vocazione scultorea Alfredo l’aveva davvero dentro l’anima.
ALFREDO BARBINI - DUE VOLATILI E UN PESCE
VETRO TRASPARENTE ACCIAIO CON INCISIONI TURCHESI
Si manifesta dagli esordi, intorno alla fine degli anni Venti, all’inizio con opere figurative, poi astratte, dal sapore vagamente evocativo.
Inventa sculture femminili di un’armonia incredibile, animali come la tigre striata, pesci, vasi, di un solo colore ma dagli infiniti riflessi cangianti.
La morbidezza che Alfredo riusciva a infondere a quei blocchi di materia così duri e pesanti era davvero fenomenale.
Quasi che volesse ribaltare nell’apparente immobilità di quella materia il suo ego, così rigido, in opere così leggiadre e fluttuanti.
ALFREDO BARBINI - VULCANO
VETRO AMETISTA E ACQUAMARINA
QUATTRO BOLLE ARANCIO APERTE
In lui il fattore tecnico è sempre stato una componente fondamentale, perché non si poneva come obiettivo solo la qualità formale ma anche il superamento di difficoltà tecniche nella lavorazione manuale del vetro incandescente.
E fu un innovatore: le sue figure infatti sono modellate su un unico blocco e inventa un vetro semi opaco, spesso con stratificazioni di vetri a tonalità diverse, tali da accentuare la consistenza plastica delle sue opere.
Barbini inventò poi il vetro “fumato” perché amava i colori scuri con cui poter giocare con tutta la gamma di sfumature possibili.
Con le sculture Vulcano, degli anni ’50, suggestive e policrome, Barbini vara un espediente tecnico: la bolla soffiata e inserita nella parete e tutto appare come la superficie di un magma ribollente.
Partecipa anche a varie edizioni della Biennale di Arte con sculture dalla superficie corrosa ad acido, con i famosissimi vetri “sommersi” con i pesci che paiono nuotare dentro un acquario o con piatti/sculture dall’astratto minimalismo.
ALFREDO BABRBINI - PESCI
LAVORAZIONE A VETRO SOMMERSO
La sua fornace era un’altra sua invenzione, costruita in modo particolarissimo e come lui stesso aveva progettato: intere pareti di vetrate di diverse tonalità di colore, per avere la stessa luce in ogni momento della giornata, dall’alba al tramonto.
A novant’anni va ancora in fornace e realizza opere di una freschezza e di una bellezza straordinaria.
Alfredo Barbini muore il 13 febbraio del 2007, lasciando in eredità al mondo le sue invenzioni pesantissime nella realtà, ma leggere e morbide come un sogno.
 
Questo articolo è dedicato con infinita stima e tanto affetto a
 Livio Seguso


venerdì 10 aprile 2015

ANDREA SCHIAVONE, IL DALMATA DALL'INTUIZIONE GENIALE

ANDREA MELDOLLA detto LO SCHIAVONE
1540 ca. - ADORAZIONE DEI MAGI
MILANO, PINACOTECA AMBROSIANA
Non è tra i pittori più famosi, ma Andrea Meldolla detto lo Schiavone, nato a Zara nel 1518, era un dalmata che con un’intuizione geniale e fuori dal tempo, stravolse il concetto di rivedere la forma, rendendola non più con il disegno ma con il colore.
Un precursore del manierismo, inteso come sperimentazione di nuovi linguaggi e, nelle dissonanze di colori, proporzioni e prospettive, anche come una critica all’equilibrio formale della tradizione rinascimentale basata sui modelli classici.
Intuizioni quelle dello Schiavone, di cui poi si approprieranno principalmente i due grandi della pittura veneziana del Cinquecento: Tintoretto e Tiziano.
Figlio di uomo d’arme al servizio della Repubblica Veneziana, godette di notevole reputazione sia presso gli artisti suoi contemporanei, sia presso una cerchia di colti committenti e collezionisti. 

Iniziò la sua avventura dipingendo cassoni per lo più nuziali, in quell’epoca molto di moda per i corredi delle ricche spose.
Fu tra i primi che accolse e  sviluppò con grande originalità le novità della cultura figurativa introdotte dalle stampe del Parmigianino, che giravano liberamente sia in Italia sia in Europa.
ANDREA MELDOLLA detto LO SCHIAVONE - 1542
CONVERSIONE DI SAULO
VENEZIA, FONDAZIONE QUERINI STAMPALIA
L’influsso di quelle elegantissime figure allungate e morbide si coglie nell’Adorazione dei Magi del 1540 circa e soprattutto nella Conversione di Saulo del 1542.
Questo dipinto, dallo straordinario dinamismo compositivo, si ispira al cartone di Raffaello per uno degli arazzi della Sistina, cartone presente a Venezia dal 1521 nella casa museo del cardinal Domenico Grimani, straordinario e coltissimo collezionista.
Schiavone ha colto l'attimo fuggente con il cavallo ancora imbizzarrito dal fulgore apparso in cielo, lo stupore dei soldati presenti, Dio che, oltre che con la voce, si manifesta con il corpo che fluttua in una nuvola bianca.
JACOPO ROBUSTI detto TINTORETTO - 1548
IL MIRACOLO DELLO SCHIAVO
VENEZIA, GALLERIE DELL'ACCADEMIA
E si capisce da dove arriva l’ispirazione della figura in volo, libera nell'aria, soave e leggera, per il Miracolo dello schiavo che Tintoretto dipinse nel 1548 per la Scuola Grande di San Marco, e per tutti coloro che vennero dopo.
Nella Conversione di Saulo le figure languide e graziosamente allungate, la libertà del trattamento e la morbidezza delle superfici rimangono specificatamente veneziane, anche se Andrea tende a disegnare direttamente con il pennello, senza usare disegni preparatori,  e a modellare sia con le linee ritmiche sia con la luce e le ombre.
ANDREA MELDOLLA detto LO SCHIAVONE - 1550 - DIANA E CALLISTO
AMIENS, MUSEE DE PICARDIE
In Dianae Callisto del 1550  circa, le anatomie delle figure si conformano a un ideale astratto di umana bellezza e ai ritmi corsivi della composizione a fregio, mentre le leggiadre figure vestite solo di panneggi fluttuanti, così belle ed eteree, sembrano fatte di aria, sono morbide e sensuali, specialmente quelle a destra che paiono danzare soavemente nel nulla in un impasto di corpi incredibile e che provoca emozioni e sogni di libertà.
Dà l'impressione che sia un quadro dipinto da mani femminili, per la delicatezza che suscita, ma nellostesso tempo però il colore è applicato con  un respiro e un’energia tutta maschile che lascia spessi grumi e increspature di impasto pittorico.
ANDREA MELDOLLA detto LO SCHIAVONE - 1555
ANNUNCIAZIONE
BELLUNO, CHIESA DI SAN PIETRO
Un nuovo modo di trattare il colore che non aveva precedenti neanche nell’opera di Tiziano, che tenderà a dipingere in maniera impressionista solo qualche anno dopo, fino ad arrivare nelle ultime opere a stendere il colore addirittura con le dita, senza quasi neanche più l’uso del pennello.
Nell'Annunciazione del 1555 circa, dipinta come un paio di ante di organo  per la chiesa di san Pietro a Belluno, la grazia dell’angelo in volo è evocata dai vortici curvilinei delle pennellate, mentre il paesaggio al tramonto, e perfino la camera da letto della Vergine, iniziano a dissolversi in un alone scintillante di colore franto di luce.
ANDREA MELDOLLA detto LO SCHIAVONE
1550 - MATRIMONIO TRA CUPIDO E PSICHE
NEW YORK, METROPOLITAN MUSEUM OF ART
Colore vibrante, luci e ombre sapientemente dosate e una fenomenale tecnica abbozzata di getto con pennellate veloci e sicure, si fondono nel Matrimonio tra  Cupido e Psiche, con figure languide, ancora e sempre  estremamente sensuali, immerse tra le nuvole grigie impalpabili e il cielo di un azzurro scuro e robusto, che danzano nel turbinio di luce che emana dalla pelle e dalla veste chiara di Psiche.
Il dalmata geniale, intelligente e creativo, innovatore nato per dipingere, morì a Venezia nel1563.





Questo articolo è dedicato con simpatia e affetto a
Madina Toso, Veronica Tuzii, Daniela Ghio,
Pierluisa Casadio e Raffaella Toso