giovedì 16 aprile 2015

Ma scrivere è davvero un mestiere?

Miei cari, voglio parlarvi un po’ di me, d’altronde chi mi conosce sa che sono abbastanza egocentrica e narcisista, quindi questo articolo ci sta.
Spesso ho avuto crisi di identità.
Intendo che spessissimo mi sentivo un’aliena.
Mi spiego.
Vedevo persone con professioni ben definite, e alcune anche molto ben pagate, e mi chiedevo perché loro sì e io no.
Ho scritto molti libri, ho scritto tanti anni sui giornali, ho scritto un’infinità di perizie su quadri e sculture.
Quindi sono ben conscia che il mio mestiere è SCRIVERE.
L'ho sempre fatto, fin da bambina.
Ho un'immagine piantata nella testa: io a otto anni, con i codini che avevo perennemente, che vado in cucina a chiedere a mia mamma qualche nome in spagnolo per i protagonisti di un "romanzo" che avevo appena iniziato a scrivere (mai finito).
Era una storia intricata, che si svolgeva su un vascello che navigava al largo della Spagna.
Mi ero fatta anche regalare  un grosso libro sulle imbarcazioni da cui avevo preso i dettagli  del "mio" vascello per riuscire ad ambientare meglio il tutto.
Già allora ero metodica e precisa, cercavo anche di avere una bella grafia, come mia mamma, ma la sua era stupenda e perfettamente leggibile, la mia, pur molto scenografica, no.
Anzi, le mie lettere sembrano geroglifici. 
Di nuovo io che scrivevo favole e racconti irreali, che poi spiegavo alle mie amichette mentre eravamo sedute nel bagagliaio della macchina di papà, sempre io al liceo che scrivevo poesie senza rima su un grosso quaderno con la copertina bianca di pelle con una rosellina incisa in oro.
Erano i primi segni reali e tangibili di un amore che non mi ha mai abbandonato, fedele, creativo, capace di farmi vivere in un'altra dimensione.
E ho sempre pensato che da grande avrei fatto quello.
E il perché è molto semplice: mi piaceva e mi veniva naturale. 
Non potevo immaginare , bimba innocente e ingenua, che quello non sarebbe mai stato considerato un vero lavoro.
Il mio primo serio lavoro di scrittura lo feci con la tesi di laurea, che come scrisse Umberto Eco, è come il primo amore, non si scorda mai.
Una monografia su uno stuccatore, Marcello Sparzo, vissuto tra '500 e '600 e praticamente sconosciuto al mondo,   con circa cinquecento diapositive (su ognuna avevo scritto il luogo e il numero di inventario con i trasferelli) scattate in giro per l'Italia con papà assunto come fotografo.
Trecento pagine scritte a macchina, rilegate in similpelle blu.
Ciclicamente mi viene in mente di riprenderla in mano e sistemarla, aggiornarla e pubblicarla, poi mi passa. 
E ora mi chiedo: scrivere è una professione?
Per professione intendo dire un mestiere riconosciuto e pagato. Ho qualche dubbio.
Funziona solo se sei assunto a tempo indeterminato da un giornale o scrivi best-seller. Altrimenti non conti.
La battuta è vecchia ma efficace: ma tu, oltre a scrivere, che lavoro fai?
Nessuno. Scrivo, rispondo sempre laconicamente.
Tempo fa, pensai di scrivere sui giornali on-line.
Andai su internet, mi guardai un po’ in giro, poi trovai alcuni siti che cercavano SCRITTORI e GIORNALISTI.
Perfetto, pensai felice, è fatta!
Seguite bene: mando una mail all’UNICO sito che non scrive piccolo piccolo in fondo (come le polizze di assicurazioni o le banche) che le collaborazioni SONO GRATUITE E NON VERRANNO RETRIBUITE.
Da notare che cercavano laureati e giornalisti iscritti all’Ordine, quindi avevo tutte le carte in regola.
Dopo due giorni mi risponde un tale, che si dice felice di conoscermi, che bel curriculum che hai, che brava che sei, quante cose hai scritto ecc. ecc.
Ma, in fondo alla  mail c’era scritto anche che i miei articoli sarebbero stati pagati 0,1 centesimo di euro ogni 10 parole.
La mia risposta ve la evito.
Ritorno seria. In tanti anni di esperienza, ho capito una cosa.
Molte persone credono che scrivere sia solo una PASSIONE.
Certo che lo è, però è anche CAPACITA' e senza di quella si potrebbe solo copiare l’elenco telefonico o, ancora peggio, copiare quel che han scritto altri.
Una passione/capacità fatta anche di stanchezza, di mal di testa, di panico da foglio bianco, di schiena che scricchiola a forza di stare seduti per ore in posizioni sbagliate.

E quando per quella passione passi giornate e notte intere con carta e penna o su una tastiera (io ho cominciato a martoriarmi i polpastrelli con la Olivetti Lettera 22 e con decine di fogli accartocciati nel cestino), ti aspetti anche qualcosa di concreto in cambio.
Forse tanti non sanno quanta fatica c’è dietro quel foglio di carta.
Ci sono anni di studi, che come gli esami non finiscono mai, di ricerca su tonnellate di libri, di giornate intere passate in biblioteca a volte invano senza trovare niente di utile, di spaccamenti di cervello per inventarsi qualcosa di geniale e inedito, di personalissimo e folgorante.
Morale della storia: non sono mai diventata ricca.
Però mi arrabbio e mi avvilisco, perché SCRIVERE non è solo un batter di tasti frenetico, non è solo riempire pagine e pagine di blocchi o di quaderni con appunti che trovi sulla scrivania, dentro le tasche o nei posti più disparati, è un mestiere difficile.
Bisogna buttarci dentro tutto quel che hai, senza riserve: anima, corpo, cervello, cuore, fantasia e conoscenza.
E forse, uno sforzo così, andrebbe gratificato.
Tutti i mestieri vengono pagati il giusto, tranne questo.
Ma non parlo solo per me.
CON IL PROFESSOR PIERANGELO BELTRAMINO
CHE PRESENTA UN MIO LIBRO
SANREMO, BIBLIOTECA CIVICA, 18 GIUGNO 2010
Parlo anche a nome di quelle persone che dedicano la loro intera vita a studiare, a scoprire, a pubblicare, ai ricercatori, a chi lavora nelle università, con stipendi da fame, vivendo con sacrifici immensi la quotidianità.
Parlo di ragazzi geniali che non possono andar via dalla casa di mamma e papà perché non riescono con la loro grande passione a mantenersi, ragazzi con il futuro spezzato già prima di nascere.
Perché se è vero che il denaro è lo sterco del diavolo, è però necessario per non sentirsi indegni nella società, anche se per questa ormai valgono più i naufraghi sconosciuti di chi fa davvero cultura, di chi fa conoscere la storia, la letteratura, di chi fa amare le meraviglie di questo straordinario paese che è l’Italia, di chi fa pensare e fa sognare le persone.
Eppure, continuo come Don Chisciotte contro i mulini a vento, a volte un po' delusa, a volte piena di entusiasmo.
Ma non mollo, anche se il mio mestiere non è codificato e non ho uno zio ricco d’America che mi lascerà miliardi.
 
p.s. con 0,1 centesimo di euro ogni 10 parole, scrivendo questo articolo avrei guadagnato 1 euro e 7 centesimi...

Questo articolo è dedicato con affetto a
TUTTI I MIEI LETTORI


martedì 14 aprile 2015

Alfredo Barbini: l'incontenibile leggerezza del vetro

ALFREDO BARBINI AL LAVORO NEGLI ANNI '40
Era un uomo introverso, severissimo sul lavoro: voleva che tutto fosse perfetto perché tecnicamente era bravissimo e se c’era un difetto lo faceva notare pesantemente.
Ma è stato uno dei maestri vetrai più importanti del Novecento, un grande innovatore”.
Così Livio Seguso racconta Alfredo Barbini, suo zio da parte materna, classe 1912, eccelso figlio dell’isola del vetro chiamata Murano.
Sono ricordi di quando lavoravano insieme, immagini di una collaborazione durata fino al 1958, quando i due si divisero, con non pochi attriti, per intraprendere strade diverse.
ALFREDO BARBINI - CENTRO TAVOLA
VETRO MASSELLO CON INCLUSIONI DI FUMI E COCCODRILLO,
INCALMO SUL BORDO CON ORO SOMMERSO
Fu difficile lasciarlo - dice Seguso - ma non avevo autonomia con lui, così dovetti prendere per forza quella decisione”.
E così fu.
Livio virò decisamente verso la purezza di sculture fatte di luce e contaminate anche da altri materiali, Alfredo verso sculture direttamente scolpite nel vetro, lasciandosi dietro il vetro soffiato, vera icona di Murano.
Già, il vetro, sempre lui, quel materiale difficilissimo da domare come un cavallo imbizzarrito.
Ma quando ci riesci, e non è facile per niente, ottieni oggetti vibranti, morbidi, sensuali, colmi di forza, di colore, di sfumature e di magia.

ALFREDO BARBINI E NAPOLEONE MARTINUZZI
NUDO DI DONNA
PASTA BIANCA E FOGLIA ORO
Alfredo iniziò quasi da bambino a lavorare con il vetro per poi collaborare, dal 1932 al 1936, con Napoleone Martinuzzi, altro grande personaggio e scultore, che gli farà amare e modellare il vetro massello, ovvero massiccio.
Lo stesso Barbini dirà che quando scolpiva quella materia ribollente e molle, sentiva che le sue mani erano guidate da una forza interiore.
E lui “plasmava il blocco di vetro in modo sublime” ricorda ancora Livio, “attraverso i movimenti del corpo”.
La sua vocazione scultorea Alfredo l’aveva davvero dentro l’anima.
ALFREDO BARBINI - DUE VOLATILI E UN PESCE
VETRO TRASPARENTE ACCIAIO CON INCISIONI TURCHESI
Si manifesta dagli esordi, intorno alla fine degli anni Venti, all’inizio con opere figurative, poi astratte, dal sapore vagamente evocativo.
Inventa sculture femminili di un’armonia incredibile, animali come la tigre striata, pesci, vasi, di un solo colore ma dagli infiniti riflessi cangianti.
La morbidezza che Alfredo riusciva a infondere a quei blocchi di materia così duri e pesanti era davvero fenomenale.
Quasi che volesse ribaltare nell’apparente immobilità di quella materia il suo ego, così rigido, in opere così leggiadre e fluttuanti.
ALFREDO BARBINI - VULCANO
VETRO AMETISTA E ACQUAMARINA
QUATTRO BOLLE ARANCIO APERTE
In lui il fattore tecnico è sempre stato una componente fondamentale, perché non si poneva come obiettivo solo la qualità formale ma anche il superamento di difficoltà tecniche nella lavorazione manuale del vetro incandescente.
E fu un innovatore: le sue figure infatti sono modellate su un unico blocco e inventa un vetro semi opaco, spesso con stratificazioni di vetri a tonalità diverse, tali da accentuare la consistenza plastica delle sue opere.
Barbini inventò poi il vetro “fumato” perché amava i colori scuri con cui poter giocare con tutta la gamma di sfumature possibili.
Con le sculture Vulcano, degli anni ’50, suggestive e policrome, Barbini vara un espediente tecnico: la bolla soffiata e inserita nella parete e tutto appare come la superficie di un magma ribollente.
Partecipa anche a varie edizioni della Biennale di Arte con sculture dalla superficie corrosa ad acido, con i famosissimi vetri “sommersi” con i pesci che paiono nuotare dentro un acquario o con piatti/sculture dall’astratto minimalismo.
ALFREDO BABRBINI - PESCI
LAVORAZIONE A VETRO SOMMERSO
La sua fornace era un’altra sua invenzione, costruita in modo particolarissimo e come lui stesso aveva progettato: intere pareti di vetrate di diverse tonalità di colore, per avere la stessa luce in ogni momento della giornata, dall’alba al tramonto.
A novant’anni va ancora in fornace e realizza opere di una freschezza e di una bellezza straordinaria.
Alfredo Barbini muore il 13 febbraio del 2007, lasciando in eredità al mondo le sue invenzioni pesantissime nella realtà, ma leggere e morbide come un sogno.
 
Questo articolo è dedicato con infinita stima e tanto affetto a
 Livio Seguso


venerdì 10 aprile 2015

Andrea Schiavone: il dalmata dall'intuizione geniale

ANDREA MELDOLLA detto LO SCHIAVONE
1540 ca. - ADORAZIONE DEI MAGI
MILANO, PINACOTECA AMBROSIANA
Non è tra i pittori più famosi, ma Andrea Meldolla detto lo Schiavone, nato a Zara nel 1518, era un dalmata che con un’intuizione geniale e fuori dal tempo, stravolse il concetto di rivedere la forma, rendendola non più con il disegno ma con il colore.
Un precursore del manierismo, inteso come sperimentazione di nuovi linguaggi e, nelle dissonanze di colori, proporzioni e prospettive, anche come una critica all’equilibrio formale della tradizione rinascimentale basata sui modelli classici.
Intuizioni quelle dello Schiavone, di cui poi si approprieranno principalmente i due grandi della pittura veneziana del Cinquecento: Tintoretto e Tiziano.
Figlio di uomo d’arme al servizio della Repubblica Veneziana, godette di notevole reputazione sia presso gli artisti suoi contemporanei, sia presso una cerchia di colti committenti e collezionisti. 

Iniziò la sua avventura dipingendo cassoni per lo più nuziali, in quell’epoca molto di moda per i corredi delle ricche spose.
Fu tra i primi che accolse e  sviluppò con grande originalità le novità della cultura figurativa introdotte dalle stampe del Parmigianino, che giravano liberamente sia in Italia sia in Europa.
ANDREA MELDOLLA detto LO SCHIAVONE - 1542
CONVERSIONE DI SAULO
VENEZIA, FONDAZIONE QUERINI STAMPALIA
L’influsso di quelle elegantissime figure allungate e morbide si coglie nell’Adorazione dei Magi del 1540 circa e soprattutto nella Conversione di Saulo del 1542.
Questo dipinto, dallo straordinario dinamismo compositivo, si ispira al cartone di Raffaello per uno degli arazzi della Sistina, cartone presente a Venezia dal 1521 nella casa museo del cardinal Domenico Grimani, straordinario e coltissimo collezionista.
Schiavone ha colto l'attimo fuggente con il cavallo ancora imbizzarrito dal fulgore apparso in cielo, lo stupore dei soldati presenti, Dio che, oltre che con la voce, si manifesta con il corpo che fluttua in una nuvola bianca.
JACOPO ROBUSTI detto TINTORETTO - 1548
IL MIRACOLO DELLO SCHIAVO
VENEZIA, GALLERIE DELL'ACCADEMIA
E si capisce da dove arriva l’ispirazione della figura in volo, libera nell'aria, soave e leggera, per il Miracolo dello schiavo che Tintoretto dipinse nel 1548 per la Scuola Grande di San Marco, e per tutti coloro che vennero dopo.
Nella Conversione di Saulo le figure languide e graziosamente allungate, la libertà del trattamento e la morbidezza delle superfici rimangono specificatamente veneziane, anche se Andrea tende a disegnare direttamente con il pennello, senza usare disegni preparatori,  e a modellare sia con le linee ritmiche sia con la luce e le ombre.
ANDREA MELDOLLA detto LO SCHIAVONE - 1550 - DIANA E CALLISTO
AMIENS, MUSEE DE PICARDIE
In Dianae Callisto del 1550  circa, le anatomie delle figure si conformano a un ideale astratto di umana bellezza e ai ritmi corsivi della composizione a fregio, mentre le leggiadre figure vestite solo di panneggi fluttuanti, così belle ed eteree, sembrano fatte di aria, sono morbide e sensuali, specialmente quelle a destra che paiono danzare soavemente nel nulla in un impasto di corpi incredibile e che provoca emozioni e sogni di libertà.
Dà l'impressione che sia un quadro dipinto da mani femminili, per la delicatezza che suscita, ma nellostesso tempo però il colore è applicato con  un respiro e un’energia tutta maschile che lascia spessi grumi e increspature di impasto pittorico.
ANDREA MELDOLLA detto LO SCHIAVONE - 1555
ANNUNCIAZIONE
BELLUNO, CHIESA DI SAN PIETRO
Un nuovo modo di trattare il colore che non aveva precedenti neanche nell’opera di Tiziano, che tenderà a dipingere in maniera impressionista solo qualche anno dopo, fino ad arrivare nelle ultime opere a stendere il colore addirittura con le dita, senza quasi neanche più l’uso del pennello.
Nell'Annunciazione del 1555 circa, dipinta come un paio di ante di organo  per la chiesa di san Pietro a Belluno, la grazia dell’angelo in volo è evocata dai vortici curvilinei delle pennellate, mentre il paesaggio al tramonto, e perfino la camera da letto della Vergine, iniziano a dissolversi in un alone scintillante di colore franto di luce.
ANDREA MELDOLLA detto LO SCHIAVONE
1550 - MATRIMONIO TRA CUPIDO E PSICHE
NEW YORK, METROPOLITAN MUSEUM OF ART
Colore vibrante, luci e ombre sapientemente dosate e una fenomenale tecnica abbozzata di getto con pennellate veloci e sicure, si fondono nel Matrimonio tra  Cupido e Psiche, con figure languide, ancora e sempre  estremamente sensuali, immerse tra le nuvole grigie impalpabili e il cielo di un azzurro scuro e robusto, che danzano nel turbinio di luce che emana dalla pelle e dalla veste chiara di Psiche.
Il dalmata geniale, intelligente e creativo, innovatore nato per dipingere, morì a Venezia nel1563.





Questo articolo è dedicato con simpatia e affetto a
Madina Toso, Veronica Tuzii, Daniela Ghio,
Pierluisa Casadio e Raffaella Toso

martedì 7 aprile 2015

Vanessa Bella: un'artista, non solo la sorella di Virginia Wolf

VANESSA STEPHEN BELL
Una donna libera, intelligente, anticonformista, creativa e piena di fantasia, fulcro pulsante di un'enclave di intellettuali, per di più bella e affascinante.
Questa era Vanessa Stephen, nata a Londra il 28  maggio del 1879, in una strana famiglia segnata da lutti e strani comportamenti.
Lei e sua sorella Virginia, che diventerà celebre con il cognome del marito, Woolf,  come lei lo diventerà con il cognome di suo marito, Bell, sanno però quel che vogliono fare nella vita e il padre le lascia fare.
Lui muore e le due ragazze vanno a vivere da sole, lasciandosi alle spalle il peso di quella famiglia così numerosa con una schiera di fratellastri e sorellastre.
Vanessa fu la stella polare di un gruppo di intellettuali e artisti noto come Bloomsbury, definito spiritosamente da Georges Bernard Shaw "coppie in rapporti triangolari che vivono in quadrati" perché tutti erano amanti di tutti, uomini o donne non importava.
Il gruppo ebbe come base la casa delle due sorelle Stephen, il n° 16 di Square Garden, nel quartiere di Bloomsbury appunto.
Anticonformista, ateo e liberale, contro gli eserciti, intollerante verso la monarchia  e le discriminazioni sull'orientamento sessuale, il gruppo avrà un grande peso nell'arte, nella letteratura, nell'economia e anche nel femminismo.
VANESSA BELL -  ICELAND POPPIES - 1908
COLLEZIONE  PRIVATA
Già, l'arte.
Per Vanessa, fu la salvezza spirituale della sua vita, facendo del colore il principio dominante delle proprie composizioni.
Delicate armonie di bianco e di nero pervadono i suoi primi lavori, come Iceland puppies, e sull'onda della prima mostra post-impressionista, Vanessa cominciò a impiegare un colore non naturalistico, con minime concessioni al modello e al dettaglio rappresentato.

VANESSA BELL - 1912
VIRGINIA WOOLF AD ASHENAM
LONDRA, NATIONAL PORTRAIT GALLERY


In  Virginia Woolf ad Ashenam, colse sì la somiglianza della sorella, ma incentrò il quadro sui contrasti di tonalità, tra l'arancione acceso della poltrona e i tenui grigi e blu  degli abiti di Virginia e dello sfondo.
Se dietro all'uso del contorno  liberamente tratteggiato nelle opere eseguite tra il 1910 e il 1912, si intuisce traccia di Van Gogh, fu Matisse a ispirare le più coraggiose combinazioni di colori dei suoi quadri successivi.


VANESSA BELL - 1915
MRS. ST. JOHN HUTCHINSON
LONDRA, TATE GALLERY
Nel ritratto certamente non lusinghiero dell'amante di suo marito, Mrs. St. John Hutchinson, del 1915, il volto roseo della donna è definito da pennellate di giallo e verde, mentre il corpo è incorniciato da entrambi i lati da un motivo di strisce verticali già cubista.
La paura di non riuscire ad eguagliare i migliori pittori, fu una costante della sua vita, passata a dipingere, a curare i figli nati dal matrimonio con Bell e ai suoi amanti, fra cui Roger Fry, un critico, e al padre della sua ultima figlia, Duncan Grant, anch'esso pittore, che, omosessuale, aveva a sua volta un amante, David Garnett.
VANESSA BELL - 1912
JESSIE E FREDERICK ETCHELL CHE DIPINGONO 
LONDRA, TATE GALLERY




Vanessa era una donna curiosa.
Guarda a Picasso, a cui, dopo la guerra, fece visita a Parigi.
E si vede.
Dipinge scene di ambienti domestici, di amici in pose casuali che leggono o dipingono, che testimoniano il suo forte legame con il Bloomsbury, o una serie di ritratti 'senza volto', quasi inquietanti nella loro struggente malinconia fino a giungere a vere e proprie opere cubiste, tra cui varie nature morte.
VANESSA BELL - NATURA MORTA SUL CAMINO
LONDRA, TATE GALLERY

L'arte di Vanessa, attraverso il Workshop Omega dell'amante Fry, esce quasi per magia dalle tele dei quadri per abbracciare tutto il quotidiano, dalle tazze per la colazione mattutina ai vasi per i fiori, dalle stoffe per rivestire i divani alle copertine e alle illustrazioni per i libri della sorella.
Vanessa morì il 7 aprile del 1961 per un tumore al seno, dopo un'esistenza passata in mezzo non solo all'arte ma anche al turbine della gelosia della sorella - che però la ritrasse in alcuni suoi romanzi - alla paura del mondo, alla depressione, all'amore sconfinato per i suoi figli.
Di lei rimane la luce di una creatura sfuggente, pioniera dell'arte contemporanea inglese, che ha fatto della sperimentazione totale una modernissima visione di vita.


giovedì 2 aprile 2015

Buona Pasqua!

JACOPO ROBUSTI detto TINTORETTO
RESURREZIONE DI CRISTO - 1559/1571
VENEZIA, SCUOLA GRANDE DI SAN ROCCO
Cari lettori,
ho deciso di prendere qualche giorno di riposo, penso meritato.
Ci rivedremo dopo le feste, con altri articoli e qualche novità.
Vi auguro una Pasqua serena e felice.
Alessandra