venerdì 27 marzo 2015

LA FOLLIA E IL BELLO: UNA DISCUSSIONE INFINITA

VINCENT VAN GOGH - AUTORITRATTO - 1887 -
AMSTERDAM, RIJKSMUSEUM
"Follie! Follie!" cantava Violetta in un'aria tra le più belle della Traviata verdiana.
E non è azzardato accostare la follia al «bello» dell'arte.
Esempi?
Vincent Van Gogh passò cinque anni in un manicomio dove peraltro dipinse i suoi autoritratti più eclatanti, dai colori incredibili per la percezione deviata che di essi ne hanno gli schizofrenici, ed era matto sul serio se giunse perfino a tagliarsi un orecchio, ma rimane pur sempre uno dei più grandi artisti della storia dell'arte.
Filippo De Pisis era affetto da sifilide terziaria, malattia senile che provoca dissociazioni, e in quel periodo dipinse veri capolavori.
E come scordare Modigliani?
I suoi ritratti dipinti sotto l’effetto dell’assenzio tolgono il fiato.
FILIPPO DE PISIS
BASILICA DI SAN MARCO - 1940
C'è un bello dentro il brutto e un brutto dentro il bello.
Dichiarazione valida anche per l'espressionismo che nasce da un mondo in distruzione, fatiscente, che si rompe, come l'equilibrio mentale di tanti artisti che ne fecero parte: «L'arte è l'espressione più alta della mente umana, anche se ci sono cervelli rotti».
E pensare che il mondo intero cerca con tutti i mezzi di essere il più normale possibile, senza riuscire a guardare oltre la barriera criptata della bellezza della follia.
GIORGIONE - VENERE DORMIENTE - 1510
DRESDA, GEMALDEGALERIE
Già, la bellezza.
Un'idea di bello che sia accettata da tutti ancora non esiste, è un tema assolutamente aperto da sempre del quale hanno discusso infiniti critici e docenti di estetica e su cui sono stati versati oceani d'inchiostro.
E la verità, si sa, è ardua da trovare.
Forse la ragione alla fine sta nella massima popolare indice di grande saggezza atavica, per cui «non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace».
E allora potrebbero diventare belle anche certe espressioni di arte contemporanea, perché da quando gli impressionisti smisero di impressionare, l'arte moderna ha scelto il brutto, allontanandosi dal concetto di bellezza e di sublime della cultura classica, afferma più di un critico.
A questo punto un'altra domanda sorge spontanea.
GIOVANNI BELLINI
CROCEFISSO - 1505
PRATO, PALAZZO ALBERTI
Dov'è finito allora il classico concetto di kalòs venerato dai greci e di  pulchrum tanto amato dai latini?
Mistero.
Anche l'arte cristiana per molti se ne allontana, se considera bello il crocefisso.
Ma  bisogna distinguere la forma dal contenuto, quindi il crocefisso non è l'immagine di un cadavere appeso a un palo di legno, ma un simbolo.
Quindi un artista certamente sì, può quindi permettersi il lusso della follia ma non i filosofi o altre categorie, così come sarebbe meglio non mettere una città nelle mani di un architetto schizofrenico.
Follia dunque compatibile con l'arte ma non con le altre attività umane.
Conclusione: l'essere fuori di testa può essere utile per realizzare opere d'arte, per governare uno stato molto meno.

domenica 22 marzo 2015

VENEZIA E L'ISLAM: GUERRE E ARTE

GIANDOMENICO TIEPOLO - LANCIERE TURCO - 1760/1770
NEW YORK, THE METROPOLITAN MUSEUM OF ART
A Venezia, nel Fondaco concesso ai Turchi nel 1621 c’è il sapore dell’ambiguità presente in ogni mito, segno più di allontanamento che di rapporto intenso, di un grande nemico che viene a mancare, che si guarda, si controlla, a cui si dà e da cui si prende molto ma che si accetta solo quando si comprende che è divenuto innocuo.
Sono i Turchi del Tiepolo che abitano il Fondaco come potrebbero apparire nella scenografia del Turco in Italia di Rossini, non gli Arabi delle Crociate.
VENEZIA
BASILICA DI SAN MARCO E PALAZZO DUCALE
E solo camminando per la città si può capire come si è giunti a quell’ambiguità, erede di un glorioso passato nato dal lavorio costante di abili mercanti e dall’odore acre di lunghe scie di sangue, scoprendo anche negli anfratti più segreti la complessità del legame millenario di Venezia con l’Islam, quel darsi e prendersi in un rapporto di battaglie vinte e perse, di scambi di schiavi e di merci ma anche di anime e di convenienze.
Un esterno che si riflette nella certezza filologica di manufatti che disvelano nella loro storia la miriade di segni rinchiusi nell’architettura della città, dalla Basilica costruita da architetti bizantini alle merlature di Palazzo Ducale, che evocano i profili dei tetti delle moschee mamelucche.
L’artista veneziano è avido di apprendere e fa suoi i modi dei paesi dell’altra sponda del Mediterraneo e se oggi il vetro veneziano è sinonimo di qualità nel mondo intero, questo affonda le sue radici nell’anno 1204, l'anno della Quarta Crociata.
COPPA IN VETRO - IRAN - X SECOLO
MONTATA A COSTANTINOPOLI NELL'XI SECOLO
VENEZIA, TESORO DI SAN MARCO 
Nell’immenso bottino riportato dal saccheggio di Costantinopoli, trovano posto anche alcuni vetri famosi, oggi nel Tesoro di San Marco, che la dicono lunga sull’ammirazione dei veneziani verso gli islamici.
Un esempio su tutti: la coppa iraniana del X secolo in vetro di un celeste incredibile e montata in argento e pietre a Costantinopoli nell’XI secolo.
Sei centimetri di base, sette e mezzo di altezza per un diametro massimo di quasi diciannove, iscritta a caratteri cufici sotto la base con ognuno dei cinque lobi decorato a rilievo con una lepre in corsa.
BICCHIERE ALDREVANDIN
La strada verso l’eccellenza vetraria è aperta: i veneziani importano, sulle rotte di Alessandria, Tiro e Antiochia, non solo informazioni tecnologiche, ma la materia prima più pregiata, ossia il lume carino, una soda di prima qualità che diventa obbligatoria per garantire la qualità superiore del prodotto finito, forme particolari che saranno poi dei bicchieri Aldrevandin smaltati e dorati, i decori a fojami, non figure, che i veneziani useranno a smalto blu sul lattimo.
Un bottino oltre il bottino, un’incessante ruberia di idee e tecniche che le abili mani dei serenissimi trasformeranno in capolavori.
Così come nel periodo di ascesa al trono ottomano di Solimano il Magnifico, dal 1520 al 1566, intensificandosi le missioni diplomatiche e gli scambi di doni per la ricca presenza di mercanti e nobili veneziani, artigiani e artisti di tutte le corporazioni abbracciarono lo stile islamico.
AL-BUKHARI - SAHIH
1529 - TURCHIA
LONDRA
NASSER COLLECTION
 
Basta osservare i libri di motivi decorativi raffiguranti moltitudini di arabeschi pubblicati in questi anni o lo zelo dei tipografi veneziani nello stampare a caratteri mobili testi arabi per rendersi conto di una tendenza estetica volta a creare un nuovo gusto.
E’ turca e del 1529 la legatura in marocchino nero del Sahih di Al-Bukari, opera canonica del IX secolo da leggersi nelle moschee imperiali ottomane durante i mesi del ramadan, con il medaglione centrale dorato appuntito a forma di mandorla e i cantonali, sempre dorati, concavi ai quattro angoli con decorazioni tipiche islamiche che ispirarono le legature della Venezia rinascimentale per ricoprire nomine di dogi e procuratori di San Marco, oltre ad essere usate su armi e armature, piccoli accessori e strumenti musicali.
Venezia dunque che si inchina alla raffinata eleganza artistica degli infedeli?
Assolutamente sì, ma mai lascerà loro lo scettro di Regina del Mare.
POLENA DELLA BASTARDA
DEL COMANDANTE FRANCESCO MOROSINI
VENEZIA, MUSEO STORICO NAVALE
I Turchi, dopo la disfatta di Lepanto, sul mare erano sempre più deboli e che poteva esserci di meglio di un colpo di grazia morale e definitivo, mettendo uno di loro in catene, uno schiavo seminudo, con la testa scoperta, intagliato dagli scultori dell’Arsenale, come polena sui fianchi di poppa della bastarda del comandante in capo Francesco Morosini, il Peloponnesiaco, l’eroe simbolo della potenza della Serenissima flotta?

giovedì 19 marzo 2015

AUGURI PAPA'!


OTTAVIO ARTALE CON CLAUDIA CARDINALE
 E MAURICE AGOSTI
VENEZIA, GRAN TEATRO LA FENICE, GIUGNO 2009
Papà era un uomo affascinante.
Amava la vita, la musica, il ballo, l’arte, gli sport e anche le belle donne.
Non scriveva mai, anche quando mi mandava qualcosa per posta: se era prolisso metteva un ‘ciao papi’, nulla di più.
Eppure quando passò a Venezia con me gli ultimi mesi di vita, decise che era arrivato il momento di scrivere.
Era medico, di quei vecchi medici condotti che non esistono più e in tutti quegli anni ne aveva viste di tutti i generi ma lui voleva raccontare le emozioni della sua vita più che i fatti.
Aveva già trovato  il titolo di quei pensieri: “La vita è”.
Oggi è la festa di tutti i papà e questo è il mo personalissimo omaggio a un uomo che ha segnato la mia vita, nel bene e nel male, e di cui ero, come forse tante figlie femmine, innamorata. 
Cosa, questa, che ha creato non pochi problemi nella mia vita sentimentale, perché mai nessuno era come lui.
OTTAVIO, ADRIANA, ROSSANA E ALESSANDRA ARTALE
BADALUCCO (IM), 1960 CIRCA
Tant’è.
Queste qui sotto sono le uniche frasi che ha scritto.

E  ve le voglio regalare.

“Come si può definire un’emozione?
Uno stato d’animo?

Uno sconvolgimento improvviso della circolazione? (“emo” vuol dire sangue e “motio” è movimento, ma questa è una mia personale interpretazione)
O una scarica di adrenalina?
Comunque, una vita senza emozioni non vale la pena di essere vissuta.
Questa però non vuol essere la mia autobiografia.
Nonostante la mia presunzione (alimentata da quanti mi hanno sempre sopravalutato) e la vanità maschile (superiore o perlomeno diversa in genere da quella femminile) che mi ha sempre posseduto, non voglio pensare che qualcuno sia interessato a prestare attenzione ad un racconto della mia vita, ma credo che possa esserci qualche motivo per riflettere su quanto avrò da dire su ciò che ha movimentato la mia vita e far pensare che comunque abbia valso la pena di vivere, anche se con qualche rimpianto, per occasioni perdute e qualche rimorso per errori commessi che avrebbero potuto essere evitati.
Le emozioni che certi fatti hanno suscitato in me sono rimasti come ricordi indelebili, siano piacevoli o meno da rievocare quando si ripercorre il corso della propria esistenza, ma che fanno anche pensare agli errori che si sono commessi o alle cose positive che possono essere state fatte.
Dopo questa generica premessa di filosofia spicciola, frutto di una esperienza maturata in oltre ottantadue anni, cercherò di raccontare e di spiegare (se ce ne sarà bisogno) ciò che dentro di me ha suscitato reazioni fin da bambino, che mi hanno lasciato profonde tracce nel corso degli anni e che hanno in larga parte condizionato la mia vita.
Quello che mi accingo a scrivere, ma non so se avrò voglia, tempo e vita per finire, vuol essere solo una carrellata delle circostanze che mi hanno procurato le emozioni di cui credo di aver descritto il mio pensiero.


OTTAVIO ARTALE NEL 1951
 DOPO LA LAUREA
L’uso della prima persona è semplicemente costituito dal fatto che le emozioni (e i ricordi) di cui scriverò sono soltanto i miei, non volendo né potendo cercarne in nessun altro.
Ma la vita non è solo buio e difficoltà, c’è tanta gioia e luce, ci sono momenti e periodi felici, ci sono emozioni positive che ti fanno amare la vita e ti aiutano a viverla tutta, mentre scorre , lenta e veloce, fino alla fine che sai che ti aspetta ma che non ti deve far paura.
Ora che mi sento mi sento ovviamente vicino alla fine (sono vecchio, molto malato e, mi sia consentito, anche stanco), cercherò, andando indietro nel tempo, di rivivere le emozioni che hanno caratterizzato i momenti e le fasi più importanti della mia vita”.
 
Ad maiora, papà!


domenica 15 marzo 2015

PAUL CAMILLE GUIGOU E LA SUA AMATA PROVENZA

PAUL GUIGOU - LA CANEBIERE
MARSIGLIA, MUSEE DES BEAUX ARTS
Uno strano destino  quello di Paul Camille Guigou, nato nel 1834 a Villars, un piccolo comune della Provenza, da una famiglia benestante a cui era predetto un futuro tranquillo e sereno.
La vita però non è mai come la si immagina o la si sogna.
Si iscrive all’Istituto di Belle Arti di Marsiglia, una delle scuole più originali di Francia: lì impara a dipingere dal vero, specialmente paesaggi e scene di vita contadina.
E’ il 1854 quando, sempre a Marsiglia, trova un impiego notarile, seguendo così le orme del padre.
Paul, l’animo sensibile da poeta, ama dipingere la sua profumata e assolata terra, i suoi ulivi, la sua gente, le strade illuminate da una luce incredibile.
PAUL GUIGOU - CACCIA ALL'AIGUEBRUN - 1866
Continua a lavorare in quel grigio ufficio ma la sua vita non è quella.
Si sa pochissimo della sua esistenza, nessuna donna è nominata e ho l'impressione che fosse un tipo solitario, quasi al limite della tristezza.
Nel 1862 lascia l’impiego e va a Parigi: una scelta importante e difficile perché da quel momento avrà sempre problemi economici.
Nelle mostre a cui partecipa – dal 1863 espone costantemente al Salon de Refusés - i giurati lo ignorano, lui non vende praticamente nulla, vive dando lezioni private, sempre in lotta per la sopravvivenza, come tanti suoi colleghi.
PAUL GUIGOU - LA LAVANDAIA - 1860
PARIGI, MUSEO D'ORSAY
Per lui era, se possibile, ancora peggio: un continuo su è giù da Parigi alla Provenza lo allontanò ancora di più e lo isolò rispetto agli altri impressionisti.
Dipinse pochissimo Parigi, e anche se ogni tanto frequentava il mitico caffè Guerbois, dove si incontrava il gruppo di impressionisti intorno a Eduard Manet, rimase sempre per i fatti suoi, tenendo quei pittori ‘parigini’ lontani da lui, considerato un ‘meridionale’.
Adesso, come per tanti pittori della sua epoca e di quel genere, è stato riscoperto, i prezzi delle sue opere sono schizzati alle stelle ed esposte nei più importanti musei.
Ma vediamoli i suoi quadri, a partire dal più famoso: la Lavandaia, dipinta nel 1860.
La riprende di schiena, quasi volesse farne un personaggio misterioso, e dall’alto, per far capire la pesantezza e la fatica di quel lavoro quotidiano e perenne.
Il cappello, di paglia e a larghe tese, fa intuire un caldo che opprime, sottolineato dall’ombra grigia sulla blusa bianca, che pare tagliata a metà.
Negli altri paesaggi i suoi colori, densi e granulosi, sembrano impastati con quelli della Provenza.
Pigmenti spenti, quasi che la polvere di quei camminamenti tra gli ulivi o nelle strade cittadine per miracolo si fosse infilata dentro la tele.
PAUL GUIGOU - 1870
GRAND RUE AU BAUX
Colori luminosi, come se il sole si fosse buttato a picco dentro i suoi quadri, sapendo bene che come Paul interpretò la sua abbagliante e intensa luce provenzale, non  c’era davvero nessun altro.
Eppure, i paesaggi e i personaggi di Paul non erano onirici, non rimandavano a un mondo immaginario e meraviglioso, anzi.
Il suo è un realismo profondo, pregno di particolari a prima vista invisibili, che racconta di una vita tranquilla di contadini, di pescatori, di serene passeggiate in città con gli ombrellini per ripararsi dal caldo del sole, di alberi secolari, di barche che veleggiano verso l’infinito.
Guardandoli, par quasi di sentire il profumo di lavanda e di ulivi, di rosmarino e di macchia mediterranea, di toccare la polvere e la terra, di ascoltare i ritornelli cantati per strada, di annusare il sudore e la fatica, ma anche di gustare la gioia e la spensieratezza, come fossero pezzi di vita appiccicati alla tela, che acchiappano tutti i sensi, non solo quello della vista. 

PAUL GUIGOU - 1869
LA PORTEIRIS
Un realismo vissuto sulla sua pelle, girovagando qua e là nella sua terra, cogliendo l’attimo fuggente di una ragazza con il cesto sulla testa o delle montagne che si specchiano nell’acqua calma e piatta di un fiume.
O ancora tutte le tonalità del verde delle colline o i colori dei mattoni e degli intonaci delle case dei paesini, o i contrasti della terra rossa con l’azzurro del cielo o gli uccelli che migrano volando tra le nuvole.
Il tutto realizzato con pennellate veloci e sincere, senza sbavature, precise e abbozzate allo stesso tempo: una tecnica che permette di dipingere la vita così com'è, senza trucchi e senza inganni.
Ed eccolo, ineluttabile, il destino malevolo.
E' il 1871, la baronessa Rothschild lo prende a suo servizio come insegnante di disegno.
Per Paul è finalmente la certezza di un futuro sereno e tranquillo, senza più assilli economici e con un lavoro di prestigio.
Ma si sbaglia, la nera signora l’ha preso di mira.
Pochi mesi dopo, il 27 dicembre, muore per un ictus, a 37 anni, lasciando la profumata Provenza orfana del suo cantore.
PAUL GUIGOU - 1860 - ULIVI

 Questo articolo è dedicato con simpatia a Marzio Bianchi


sabato 14 marzo 2015

ANIMALI: STORIA, NOMI E SIMBOLI


ALESSANDRO MAGNO SOPRA BUCEFALO A ISSO
100 a.C. - NAPOLI, MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE
Sarebbe cambiata la storia senza gli elefanti di Annibale, l’aspide di Cleopatra o le oche starnazzanti del Campidoglio?
Alessandro Magno sarebbe stato invincibile senza il cavallo Bucefalo?
E la letteratura?
Pagine indimenticabili da Omero, con il cane Argo morto per la gioia di rivedere Ulisse tornato dopo 20 anni, alle favole di Esopo con volpi, aironi ed agnelli fino  agli animali-metafora dell’Inferno dantesco o al mastino dei Baskerville inventato da Conan Doyle, papà di Sherlock Holmes.
Senza animali, cinema e tv avrebbero perso miti senza tempo come Lassie, Rin Tin Tin, o Furia per arrivare al mangia-panini Rex.
Ma con quale criterio si è dato il nome agli animali?
VINCENT VAN GOGH - MUCCHE  - 1883 ca.
L’origine di alcuni nomi è onomatopeica: l’upupa, il cuculo e la mucca devono il nome al verso che fanno.
Altri derivano dal modo di vivere: la nottola, il picchio o il formichiere e anche il golosissimo orso non sfugge a questa regola, infatti in russo significa mangiamele.
Curiosi sono i nomi di parentela come barbagianni, vale a dire zio Giovanni.
Emergono varie curiosità: la donnola, odiata dai villici per le razzie di galline, è chiamata con nomi di femmine giovani e belle come signorina, carina... e il motivo è cercare di ingraziarsela con lusinghe per evitare ulteriori danni.
In tutti i dialetti, a particolari animali a cui si dava valore religioso, vengono appioppati nomi tipo la gallinella di Dio per la coccinella, che peraltro è chiamata con più di cento nomi diversi, addirittura femminili quali Maria o Giovanna.
MICHELANGELO BUONARROTTI
IL PECCATO ORIGINALE - 1502
CITTA' DEL VATICANO - CAPPELLA SISTINA
Esistono infinità di credenze legate ai comportamenti degli animali: in Europa si crede che se la volpe fa il bagnetto ai suoi piccoli (cioè li lecca) verrà la nebbia, oppure se in una giornata di sole il gatto si lecca e si passa la zampa dietro le orecchie, verrà a piovere.
Chi ha mai ucciso un ragno di sera sfidando la scaramanzia o attraversato la strada subito dopo che è transitato un innocuo, magari spaventatissimo ma nerissimo gatto?
Di animali, naturale compendio dell’uomo, si è sempre parlato e scritto, da Aristotele, che guardava razionalmente a questo universo, ai trattati del Medio Evo, in cui si accostava un animale ad un simbolo.
STELE SEPOLCRALE DI LICINIA AMIAS - III SECOLO
ROMA, MUSEO NAZIONALE TERME DI DIOCLEZIANO
E’ un mondo affascinante e leggendario giunto fino a noi: il serpente come simbolo del male (non fu proprio quel rettile a spingere Eva a cogliere la vietatissima mela?), il pesce-acrostico simbolo di Gesù (ixzus in greco vuol dire pesce e le iniziali greche formano "Gesù Cristo figlio di Dio Salvatore"), la scimmia simbolo del peccato (perché poi se è così simile all’uomo...?) e la fenice che risorge dalle proprie ceneri, immagine della Resurrezione di Cristo.
Si parla di animali fantastici come l’unicorno ricordato da Marco Polo e riconosciuto dall’astuto veneziano come il rinoceronte, o il centauro che incontrò perfino Sant’Antonio Abate.
VITTORE CARPACCIO - 1502 - SAN GIORGIO E IL DRAGO
 VENEZIA, SCUOLA GRANDE DI SAN GIORGIO DEGLI SCHIAVONI
L’idea di una bestia strana, misteriosa ed inquietante sopravvive anche oggi: non si contano le ricerche per scovare Nessie, il mostro di Loch Ness, lo jeti o il lupo mannaro.
Per fortuna c’è ancora spazio per la fantasia positiva: Walt Disney ha fatto sognare milioni di bambini e non solo con i suoi personaggi così umanamente veri ma rigorosamente animali, da Topolino a Paperino all’orso Baloo, o Charles Schultz che ha invaso il mondo di intelligenza e ironia con Snoopy, il più atipico tra i fedeli amici dell’uomo.
 
Dedicato a tutti i miei amici di Google+ che amano gli animali

sabato 7 marzo 2015

GINO ROSSI, LA FIGURA LEGGENDARIA DEL PITTORE FOLLE

GINO ROSSI - PAESAGGIO AD ASOLO - 1912
Colto, raffinato, portato per gli studi letterari, nato a Venezia nel 1884 da una famiglia originariamente ricca, Gino Rossi, per completare la sua cultura lascia la laguna e, nel 1907, parte per Parigi.
I colori e le forme delle opere di Paul Gauguin lo stordiscono.
Decide di andare in Bretagna, seguendo così le orme di quel che poi sarà il pittore di Tahiti.
Tornato a Venezia, oltre a tante idee ed emozioni, porta con sé anche la sifilide, cosa non rara in quei tempi, che con il passare degli anni gli causerà epilessia, disturbi visivi e grande sofferenza psicologica.
Il suo primo successo lo deve alla mostra di
Ca’ Pesaro, il museo di arte moderna della città lagunare: è il 1910 e dall’anno successivo andrà a vivere nell’isola di Burano, quasi una sorta di esilio volontario, forse per il suo carattere schivo e taciturno, per il suo spirito polemico e aristocratico.
GINO ROSSI - PRIMAVERA IN BRETAGNA, L'ALBERO
TREVISO, MUSEI CIVICI
E di quel periodo sono i quadri più belli - paesaggi di Burano, della Bretagna, di Asolo, del Montello -  dall’esuberanza innata, con colori luminosi capaci di ricreare il fascino di luoghi visti attraverso occhi diversi.
Semplificò le immagini senza insistere sui particolari, ma con l’albero, che ritornerà anche in molti altri dipinti, che sembra nascondere un’anima.
Nel 1909 dipinge la Fanciulla del fiore, che lui considera la sua “poesia più bella”.
GINO ROSSI - 1909
FANCIULLA DEL FIORE
E’ il suo capolavoro: una ragazza imbronciata, con le mani grandi, un’immagine austera, impenetrabile, con la bellezza dei due vasi di fiori, messi lì, proprio all’altezza del viso, esaltati dal blu, ripensando a Gauguin, alle sue campiture piatte e alle sue forme sigillate.
E’ il periodo in cui matura la sua poetica delle figure senza paesaggi e dei paesaggi senza figure, come la Testa di pescatore o Descrizione asolana.
Nel 1912 torna a Parigi, espone insieme a Modigliani, ma al suo ritorno una delusione d’amore terribile: la moglie, Bice Levi Minzi, anch’essa pittrice, lo abbandona per lo scultore Oreste Licudis.
Nel 1916 parte per la guerra, ne vede gli orrori e la violenza, va a finire in un campo di prigionia.

Quando torna, è sconvolto.
La sua anima, troppo sensibile, non regge il peso dell’infelicità: “Ho perduto tutto … dovrò curare la mia salute. Ho sofferto tanta fame … tutte le sofferenze morali” scrive in una lettera nel 1918.
GINO ROSSI  - 1924
NATURA MORTA CON BROCCA
Come era cambiato lui, così era cambiata la sua pittura, che vira verso il cubismo, guardando alla lucida lezione di Cezanne, con il colore fantastico che vuole trascendere la realtà invece di raffigurarla.
Ecco allora Fanciulla che legge, Testa di ragazza o Natura morta con brocca, dove l’idea cubista viene declinata mettendo gli oggetti poggiati sul tavolo – pipa, bicchiere, brocca, portafrutta, busta, bottiglia – nell’omogenea atmosfera tonale del blu.
GINO ROSSI - 1926
IL CORTILE DEL MANICOMIO
Ma la vita di Gino è ormai in discesa: viene ricoverato nel manicomio di sant’Artemio a Treviso.
E’ il 1926 quando dipinge il suo ultimo, drammatico, solitario, quadro: Il cortile del manicomio.
Un'opera dai colori scuri, tristi, freddi, lontana anni luce dai primi paesaggi solari e allegri della Bretagna.
In quel cortile, visto dalla finestra di una camera immaginiamo orribile, Gino lancia il suo grido contorto e disperato di dolore.
Passerà ancora più di vent’anni girovagando da un manicomio all’altro, senza più toccare pennello e colori.
Morirà il 16 dicembre del 1947.
E come per tanti artisti sfortunati in vita - e il parallelo con Vincent Van Gogh viene spontaneo - la critica capirà, post mortem, la sua grandezza e il suo  straordinario contributo al rinnovamento dell’arte italiana.


Questo articolo è dedicato con affetto ai miei amici carissimi
  Gino e Maria Rossi

lunedì 2 marzo 2015

CARPACCIO E LE MIRABOLANTI STORIE DI SANT'ORSOLA

VITTORE CARPACCIO - 1490/95
ARRIVO DEI PELLEGRINI A COLONIA
VENEZIA, GALLERIE DELL'ACCADEMIA
Le storie che Vittore Carpaccio, nato a Venezia nel 1475 e morto nel 1525, raccontava con il pennello, non sono inventate, sono scritte nei libri, sono leggende, o meglio legenda, storie da leggere, di grande raffinatezza e autonomia, declinate in un’originalissima visione.
E’ anche straordinario che il ciclo con le Storie di sant’Orsola, commissionatogli dall’omonima Scuola e dipinte tra il 1490 e il 1495, su cui mi soffermerò, sia sopravvissuto integro nella sua città, alle Gallerie dell’Accademia, così come il ciclo di San Giorgio, dipinto tra il 1502 e il 1507, è ancora interamente nel suo sito originario, la Scuola di San Giorgio degli Schiavoni, sempre a Venezia.
Per Scuole, si intendono le confraternite laiche, ovvero associazioni di lavoratori, che avevano un santo patrono, da san Marco in giù, foraggiate dalle famiglie veneziane più importanti.
In breve i fatti, tanto per capire meglio anche come Carpaccio li ha raccontati.
VITTORE CARPACCIO - 149071495
LA PARTENZA DEGLI AMBASCIATORI
VENEZIA, GALLERIE DELL'ACCADEMIA
Orsola, una vergine principessa occidentale, sogna un angelo che la informa del suo prossimo sacrificio.
Invece di convolare a giuste nozze con il figlio pagano del re d’Inghilterra, raduna undicimila compagne come dame  di compagnia, va a Roma in pellegrinaggio dal Papa, ma, arrivata a Colonia, lei e le altre fanciulle furono sterminate da un esercito di Unni che assediavano la città.
Quindi, riceve la palma gloriosa del martirio.
Sono storie mirabolanti, improbabili e fantasiose, di santi e vergini, gli eroi eccellenti dell’epica cristiana.
Sono mito, racconto favoloso, proprio come le pitture che le descrivono, le interpretano, le illustrano.
Storie da guardare senza fretta, percorrendole avanti e indietro, soffermandosi sulle singole figure, sui dettagli, sui costumi, sui gesti, sulle scene.
I nove grandi teleri delle Storie di sant’Orsola, originariamente collocati intorno alle pareti della sala consiliare della Scuola, mostrano l’interesse che Carpaccio aveva per la pittura fiamminga, la cui contaminatio artistica con Venezia è evidente.

VITTORE CARPACCIO - 1490/1495 - IL COMMIATO DI SANT'ORSOLA
VENEZIA, GALLERIE DELL'ACCADEMIA
L’attenzione con cui il nostro cura i particolari è impressionante: dai libri nell’armadio aperto  ai vasi di fiori sul davanzale del Sogno di sant’Orsola, dagli intarsi in marmo a rilievo sulle pareti alle ghirlande vegetali che scendono dall’arco ne La partenza degli ambasciatori, dai tappeti persiani stesi lungo il percorso fatto da Orsola ne Il commiato di sant'Orsola fino ai bassorilievi marmorei sul palazzo di sfondo ne Il ritorno degli ambasciatori in Inghilterra
Non solo particolari però.
La pittura di Carpaccio è elegantemente sociale: le sue storie sembrano quasi delle fiabe in cui si riflette la vita veneziana dell'epoca.
Rappresentò una serie di arrivi e partenze in diverse forme rituali.
Si vedono ambasciatori andare e venire: arrivano presso una corte, poi se ne ripartono con gesti di deferenza per giungere a un’altra.
I personaggi sono creature pubbliche e molti di questi personaggi sono i ritratti della famiglia Loredan, che contribuì in modo determinante al finanziamento dell'opera.
E pubbliche sono pure le undicimila vergini – future martiri - al seguito di Orsola.
Il ciclo di sant’Orsola è anche una sorta di manuale per come rendere la folla.
VITTORE CARPACCIO - 1490/95 - IL RITORNO DEGLI AMBASCIATORI IN INGHILTERRA
VENEZIA, GALLERIE DELL'ACCADEMIA
Nel Ritorno degli ambasciatori in Inghilterra il pubblico è vasto, riunito a sinistra del tempietto, mentre altre figure affollano balconi e ponti, che, soffermandosi a guardare, rispecchiano una società ordinata, fiera del suo essere padrona del Mediterraneo, ricca (basta osservare i velluti degli abiti e il florilegio di marmi sparsi qua e là dappertutto), culturalmente elevata.
Non ultimo, era una società che teneva in grande considerazione le donne, che da altre parti, in quel periodo e anche dopo, non avevano certo l'importanza che avevano invece a Venezia, città da cui gli uomini si imbarcavano per mesi interi e le signore tenevano in mano, ben salde e in modo indipendente, le redini di affari e relazioni.
VITTORE CARPACCIO - 1490/95
IL SOGNO DI SANT'ORSOLA
VENEZIA, GALLERIE DELL'ACCADEMIA
Dettagli apparentemente insignificanti, come il cagnolino ai piedi del letto di sant'Orsola nella tela del Sogno o il bambino all’estrema sinistra che suona uno strumento a corde, nel Ritorno degli ambasciatori in Inghilterra, regalano animazione e spontaneità.
Sempre in questa tela, nelle piccole oasi di ‘non partecipanti’, vicino ai gradini del tempietto, è seduta soltanto una scimmietta mascherata e una faraona, simboli di stoltezza che rimarcano la cecità pagana del monarca e dei suoi sudditi.
E qui si potrebbe aprire un lungo discorso sugli animali simbolici, sulle metafore, sul contesto, sull’iconologia, sulle fonti, sulla committenza.
Un argomento che affronterò in un altro articolo: troppo lungo sarebbe farlo qui e ora.
Carpaccio, che John Ruskin, nel 1901, definiva “una specie di specchio magico, che riflette istantaneamente qualunque ordine di bellezza”, è uno scrigno magico, ancora da svelare completamente.
Ma i suoi misteri, meravigliosi e onirici, si possono guardare per ore e ogni attimo ci riservano una sorpresa memorabile ed inaspettata. 
 
Questo articolo, in forma più ridotta, 
è stato pubblicato anche sul sito Wall Street International