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venerdì 12 maggio 2017

Giorgio Morandi: il solitario della pittura

Giorgio Morandi
Un solitario.
Solitario senza volerlo, solitario suo malgrado.
La biografia senza eventi di Giorgio Morandi, come quella che per scelta e destino capitò anche al suo nume  Paul Cézanne, aiuta a capire la sua pittura e il suo essere il maggiore pittore italiano del secolo.
E’ una domenica il 20 luglio del 1890 quando Giorgio nasce in Via Lame a Bologna e dove abita i primi due anni di vita per poi traslocare al numero 20 di Via Avesella. Fin da quando era molto giovane, Giorgio dimostra una notevole predisposizione per la pittura, sicché convince i parenti a iscriverlo all’Accademia di Belle Arti. E’ il 1907.
Barattoli di pigmenti 
 Bologna, casa di Giorgio Morandi
Gli studi proseguono bene, nonostante i ripetuti contrasti con i professori, per la sua voglia di seguire i suoi idoli, vale a dire Paul Cézanne in primis, Henry Rousseau e Pablo Picasso. Però ama anche Paolo Uccello, Masaccio e  Giotto.
Quasi ventenne, la famiglia si sposta in una casa di Via Fondazza a causa della morte del padre e Giorgio diventa così il capo della sua famiglia della piccola borghesia: la madre, Maria Maccaferri, e le sorelle Anna, Dina e Maria Teresa.
In quella casa, Giorgio Morandi ha vissuto dal 1910 fino alla sua morte. E’ un microcosmo a cui non manca nulla per entrare a far parte del mondo morandiano e che nella sua semplicità diventa il suo macrocosmo fatto di arte e creazione. Ammetto che la pittura di Morandi non è tra le mie preferite: mi lascia in uno stato di infinita tristezza per la mancanza di colori, per un guizzo di fantasia lasciato volutamente nel pennello, per la ripetitività che rasenta la maniacalità dei suoi soggetti, eppure ho voluto vedere le case dove ha abitato per cercare di capirne i motivi.
Delle varie stanze della casa di Bologna, lo studio di Giorgio è senz’altro quella che maggiormente colpisce perché si riesce a toccare l’atmosfera, semplice e austera, che lui viveva quando vi lavorava, giorno e notte, per creare le sue tele, le incisioni o i disegni.
Bottiglie - Bologna, casa di Giorgio Morandi
L'arredo è ancora originale: il  letto, il cavalletto in legno da disegno, l'orologio  e l’acquasantiera, ci sono le brocche, i bicchieri, le rose di seta, i barattoli di vernici e colori, gli stracci appallottolati ancora impregnati di colore, le puntine da disegno, i pennelli che permettono di vivere le sue stesse emozioni nei minimi particolari. E ancora sul tavolo da lavoro si vedono ancora gli spostamenti degli oggetti protagonisti delle sue nature morte che lui registrava in maniera maniacale per ottenere diversi riflessi e diverse composizioni. Ma si vedono anche le pennellate che lui faceva sui muri.
Vasi
Grizzana, casa di Giorgio Morandi
Nel 1913 finalmente arriva il diploma e le prime mostre, all’hotel Baglioni di Bologna e successivamente a Roma nella galleria Sprovieri con il gruppo futurista.
Durante la prima guerra mondiale inizia la sua fase metafisica e quella delle nature morte, le sue opere più celebri. Dal punto di vista stilistico nei dipinti di questo periodo si nota come Morandi caratterizzasse un disegno rigorosamente geometrico con ombre scandite.
La sua vita è sempre e costantemente a Bologna, da dove si sposta solo per andare a Grizzana nella casa di campagna durante i mesi caldi. Era il 1931 quando la sorella di Giorgio, Anna, si ammalò e, su consiglio del medico, la famiglia dovette cercare un luogo dove ci fosse aria salubre. Andarono perciò a Grizzana, il cui toponimo nel 1985 fu modificato aggiungendo il cognome Morandi proprio per i lunghi mesi che l’artista passò qui, dove i signori Veggetti, amici e vicini di casa a Bologna dei Morandi, li invitarono. Da allora, ogni anno, da giugno a settembre quando le scuole erano chiuse, i Morandi, andarono nel paesello appenninico in villeggiatura. Alla fine degli anni ’50 la famiglia comprò un terreno su cui edificarono questa casetta.
Grizzana era per Morandi quel che significava Arles per Van Gogh o l’Estanque per Cézanne, cioè luoghi imprescindibili per la storia dell’arte moderna.
Entrare in casa Morandi è come tornare indietro di quarant’anni: è stato tutto lasciato com’era, compresa la bottiglia già aperta di Biancosarti o quella dell’aceto in cucina.
Grizzana Morandi - Studio di Giorgio Morandi
Nella stanza dove dormiva Giorgio sotto il materasso c’è ancora una lastra pronta per essere incisa, mentre nei cassetti della scrivania si conservano i suoi pennelli, alcuni con le setole frastagliate per un effetto particolare, i colori a olio della Windsor & Newton, che arrivavano da Londra, libri, tra cui due su Masaccio e Giotto, un portamonete e le sigarette. Nello studio gli oggetti dell’artista, colori, pennelli, tele e telai, stracci ancora pieni di colore, il cavalletto da passeggio con la borsa per i colori e per i pennelli e il cavalletto da studio, pigmenti tritati conservati dentro un pezzetto di giornale, caffettiere, vasi, bugie portacandele, fiori finti, brocche, bicchieri che facevano da ‘modelli’ per le sue silenti nature morte, oltre ai barattoli di Ovomaltina che lui poi rielaborava. In quella stanza Morandi dipinse molti paesaggi che riusciva a vedere guardando fuori della finestra.
Dagli anni venti del secolo scorso, Morandi concentra la sua ricerca su pochissimi oggetti anche modesti - bottiglie, bicchieri, piatti, manichini, palle – completamente rielaborati e approfonditi.
Giorgio Morandi - Natura morta - 1929 - Rovereto, Mart
Le sue composizioni di nature morte esprimono con abbagliante chiarezza il concetto di vuoto, di silenzio che regola tutto il gruppo dei pittori futuristi. Il lavoro paziente e solitario di Morandi produce risultati di austero controllo e insieme di una nota di toccante lirismo e di malinconia.
Mi viene in mente un pensiero: forse Morandi ha cercato l'universo in piccole cose di  nessun valore, tantomeno estetico, proprio per far sì che le sue ricerche artistiche fossero un modello che si potesse applicare a qualunque cosa, avendo studiato e ristudiato il senso delle ombre, del vuoto, del pieno, del chiaro e dello scuro.
In molte delle sue opere del periodo metafisico gli oggetti vengono isolati dentro scatole entro le quali alcune forme galleggiano come se fosse stato realizzato il vuoto pneumatico.
Per vivere, lavora come insegnante di disegno nelle scuole ma nel febbraio del 1930 ottiene  ‘per chiara fama’ e ‘senza concorso’  la cattedra di incisione all’Accademia. Uno bello smacco per i suoi antichi insegnanti, non c’è che dire. Rimarrà docente fino al 1956. Espone anche alla Biennale di Venezia e alla Quadriennale di Roma, dove nel 1939 ha una sala tutta per sé con più di quaranta tele, oltre a disegni e acqueforti esposti. A Grizzana, dove rimarrà in qualità di sfollato per tutto il secondo conflitto, inizia  la grande stagione dei paesaggi e alla fine della guerra è considerato uno dei maestri più importanti del secolo.
Giorgio Morandi - Paesaggio - 1927  - Rovereto, Mart
Il processo creativo di Morandi prescinde sostanzialmente dalla ricerca di nuovi temi: si tratta di una speculazione intellettuale tutta interiore, che analizza la consistenza, il ritmo, i contorni, i riflessi, i delicati toni cromatici degli oggetti in una pazientissima meditazione.
Le forme progressivamente si sfaldano, le pennellate sono sempre più larghe e pastose, i contorni si fanno pastosi ed evanescenti fino a che la sua pittura giunge a perdersi dentro fondali neutri.
Giorgio è malato e dopo lunghe sofferenze, muore giovedì 18 giugno 1964.
Riposa nel cimitero monumentale della Certosa di Bologna, la sua amata città che mai lasciò.

domenica 7 maggio 2017

Rodolfo Siviero: lo 007 eroe dell'arte

RODOLFO SIVIERO CON UNA SCULTURA RECUPERATA
L’agente dei servizi segreti italiani che nel corso della sua vita ha riportato in Italia le opere d’arte che erano state trafugate non solo dai gerarchi nazisti durante la seconda guerra mondiale, ma anche da trafficanti d’arte che lavoravano al mercato nero, nasce domenica 24 dicembre 1911 a Guardistello, in provincia di Pisa.
Frequenta l’Università di Firenze per diventare critico d’arte, quindi  entra giovanissimo nel servizio segreto fascista, come addetto alle Informazioni Militari.
Ma la sua vita cambiò radicalmente dopo l’8 settembre 1943, quando i nazisti iniziarono a razziare gran parte delle opere d’arte conservate in collezioni private o nei musei italiani per portarle in Germania, dove venivano cedute ad Hitler o ai suoi collaboratori più fedeli.
Diventa così lo 007 dell’arte.
Tutto era cominciato nel 1938, quando Mussolini, incurante dei trattati di pace tra Italia e Germania, regalò a Hitler il Discobolo Lancellotti, una copia romana dell’omonima statua greca di Mirone.  E quando Hermann Göring, uno dei più famosi federmarescialli dei Reich, ordinò nel 1943 di depredare tutto quello che si poteva dalle pinacoteche e musei italiani, il governo cercò in tutti i modi di impedire l’inevitabile, ma senza successo.
RODOLFO SIVIERO CON LA RECUPERATA
LEDA E IL CIGNO DI TINTORETTO
Dopo l’8 settembre del 1943, si schiera al fianco della Resistenza, adoperandosi per impedire le razzie di stampo nazista di opere d'arte, fino ad essere torturato nella famigerata Villa Triste in via Bolognese ma resiste grazie all’interessamento di alcuni ufficiali repubblichini, che in realtà collaboravano con gli alleati, e viene rilasciato. La sua casa diventa la centrale operativa dei partigiani contro l'operazione Kunstschutz, il corpo militare tedesco che requisiva le opere italiane per trasportarle in Germania.  Dopo che il 30 settembre 1943 quando venne incendiato l’archivio storico di Napoli e venne fatta saltare in aria la Torre di Minturno, uno dei musei archeologici più importanti d’Italia, Siviero decise di intervenire e, con l’aiuto di alcuni  antifascisti, riuscì ad salvare gran parte delle opere d’arte che rischiavano di andare all’estero, tra cui  L’Annunciazione del Beato Angelico a Firenze nel 1944.
RODOLFO SIVIERO CON UN DIPINTO
RECUPERATO DI PONTORMO
Nel frattempo la situazione precipitò, tanto che il 4 ottobre del 1943 Göring fece saccheggiare l’Abbazia di Montecassino, mentre nel 1944 arrivarono in Germania 262 opere d’arte degli Uffizi di Firenze. Solo alla fine della guerra, nel 1947, Siviero riuscì a ritrovare tutti questi capolavori nella miniera di sale di Altaussee, in Austria, dove erano stati nascosti per sicurezza. Da quel momento in poi il giovane agente continuò a lottare per ritrovare e salvare le opere d’arte scomparse, anche se dovette vedersela con problemi burocratici e non. Uno dei suoi interventi più noti fu nel 1968 quando, con l’aiuto della polizia guidata da Ugo Macera, riuscì, forse anche con metodi poco ortodossi, a recuperare l’Efebo di Selinunte, che era stato rubato dalla mafia nel 1962 dal municipio di Castelvetrano.
L’ultimo regalo di Siviero all’Italia fu nel 1983, poco prima della sua morte, quando redasse una lista di ben 2.500 opere d’arte italiane ancora da ritrovare.
Rodolfo Siviero ci lascia il 26 ottobre del 1983 e chiese di essere sepolto in una tomba anonima, senza nome. Presso la Cappella della Santissima Annunziata, nel cuore antico di Firenze, accanto alle tombe di grandi artisti come Pontorno, Benedetto Cellini e Jacopo Sansovino, si trova una lapide senza nome e senza iscrizione e in quel loculo riposa Rodolfo Siviero, un eroe quasi dimenticato ma che senza il quale l’Italia sarebbe senz’altro più triste e con molta bellezza in meno.
CASA MUSEO DI RODOLFO SIVIERO 
 FIRENZE
Per ricordare questo grande eroe quasi sconosciuto a molti, consiglio vivamente di andare a visitare la sua casa museo a Firenze, in Lungarno Serristori 1/3 – tel. 055.2345219 - nei gironi di sabato (10,00-18,00), domenica e lunedì  (10,00-13,00) e avrete la simpatica scoperta che l'ingresso è gratuito.
Lo 007 dell'arte non solo fece rientrare nel nostro paese le opere esportate illegalmente dai gerarchi nazisti, ma, da collezionista appassionato e colto qual era, riempì la sua casa fiorentina di Lungarno Serristori di opere d'arte antiche, insieme a quadri e disegni di importanti artisti italiani moderni.
CASA MUSEO DI RODOLFO SIVIERO
FIRENZE, STUDIO BIBLIOTECA
Al momento della sua morte, Siviero lasciò in eredità alla Regione Toscana la casa fiorentina perché gli oggetti in essa contenuti – quadri, sculture, argenti, mobili, tappeti -  diventassero un museo: il visitatore può così ammirare l'ampia raccolta di reperti etruschi, busti romani, statue lignee trecentesche e quattrocentesche, dipinti fondo oro, rinascimentali e barocchi, bronzetti, terracotte, suppellettili liturgiche e splendidi mobili oltre anche a un nucleo di opere di artisti italiani moderni come Giorgio De Chirico, Giacomo Manzù, Ardengo Soffici e Pietro Annigoni, ai quali era legato da rapporti di amicizia.
Un esempio per tutti: la camera da letto di Rodolfo, con una splendida piccola cassapanca ai piedi del letto e un magnifico armadio dipinto contenente reperti archeologici, poltrone Savonarola e tappeti.
Essere riuscito ad affermarsi nel mondo della cultura grazie al recupero di capolavori inestimabili genera in Siviero una nuova ambizione, quella di passare alla storia non solo come l’agente segreto dell’arte, ma anche come un uomo di cultura e mecenate dell'arte  e arreda la propria casa con oggetti d'arte che poi donerà a Firenze per arricchire il patrimonio culturale. In tutto sono 1400 le opere ospitate da Casa Siviero, 500 quelle esposte al pubblico al piano terra della palazzina. La collezione più importante è rappresentata dal nucleo di opere di Giorgio de Chirico, che si spiega con l'amicizia che legava i due, ma principalmente con il fatto che negli anni Venti de Chirico abitò ed operò nella casa ospite di Giorgio Castelfranco che di de Chirico fu mecenate e promotore culturale e commerciale.
CASA MUSEO DI RODOLFO SIVIERO
FIRENZE, CAMERA DA LETTO 
La casa fu poi acquistata da Siviero e le opere furono in parte donate a Siviero dall'artista e in parte acquistate nel periodo postbellico.
L'opera più significativa è l'Autoritratto in costume da torero, del 1941, che inaugura la serie degli autoritratti in costume dell'artista.
Ma altrettanto significativa è la presenza di mobili, arredi e dipinti antichi, risalenti al periodo tardo Medioevo–inizio Rinascimento, tra cui è da segnalare il frammento di polittico di Bicci di Lorenzo, o della sua cerchia, dell'inizio del Quattrocento.
E dopo essere stati in casa sua, non potrete che sentire verso questo indimenticato e indimenticabile personaggio una gratitudine davvero importante, perché l'arte è vita e la vita senza l'arte è davvero triste, anzi, è di più: è squallida.

http://www.carabinieri.it/cittadino/tutela/patrimonio-culturale/introduzione


martedì 6 settembre 2016

Marino Marini, scultore etrusco

Marino Marini nel suo studio - 1963
Fotografia di Paolo Monti
Colui che si può definire come il massimo scultore etrusco moderno, Marino Marini, nacque a Pistoia il 27 febbraio del 1901.
La sua vita è già segnata dagli studi intrapresi, infatti si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Firenze, che frequenta dal 1917, poi, negli anni successivi prende la strada della scultura, ma non abbandonerà mai la pittura.
E’ in questi primi esordi che in lui nascono le linee guida che seguirà tutta la vita.
Lui è toscano, quindi etrusco, e sarà proprio la civiltà etrusca a dargli l’ispirazione, oltre ai lavori di un altro grande scultore a lui contemporaneo, Arturo Martini. 
I soggetti che Marini amava rendere immortali erano davvero pochi: le Pomone, i cavalli e i cavalieri, il mondo del circo e del teatro e i ritratti.
Marino Marini - Pomona sdraiata - 1935
Milano, Pinacoteca di Brera
Pomona era la dea etrusca della fertilità e lui che aveva il sangue etrusco,  si sentiva un diretto discendente di quella civiltà così elegante e raffinata, le cui sculture erano fatte di linee essenziali e rigorose, senza orpelli decorativi e questo soggetto gli serviva per sviluppare il tema del nudo femminile.
Il soggetto dei cavalli con i cavalieri lo riprende ancora dalla tradizione della scultura etrusca per sviluppare il tema della figura equestre. Interpretando i temi classici in uno spirito moderno e con tecniche altrettanto moderne, Marino cerca di rappresentare un’immagine mistica che sia adatta a un contesto contemporaneo.

Marino Marini - Angelo della città - 1948
Venezia, Collezione Peggy Guggenheim
L’evoluzione dei vari cavalli e cavalieri che realizza, sono la sua risposta al continuo evolversi della società così mutevole negli anni in cui lavora.
Questo tema compare per la prima volta nel 1936, con le due figure relativamente slanciate, per arrivare fino alle ultime sculture dove il cavaliere cadrà a terra, in un’immagine apocalittica di perdita di controllo, parallela al senso di disperazione e di incertezza sul futuro del mondo che lo pervade.
E ancora i temi del circo e del teatro, dove l’uomo è visto come saltimbanco, in bilico tra il bene e il male, in cerca perennemente di un equilibrio che nessuno trova o i ritratti che gli servono per rappresentare il mondo umano che lo circonda.

Marino Marini - Cavaliere - 1950
Pistoia, Fondazione Marino Marini

Ed è proprio lui il successore di Martini come docente alla Scuola d’Arte di Villa Reale a Monza, dove continuerà a insegnare fino al 1940.
Non vive solo per insegnare ma anche per curiosare il mondo: numerosi sono i viaggi che in questi anni compie a Parigi, dove incontra Massimo Campigli, Giorgio de Chirico, Alberto Magnelli e Filippo de Pisis.
Nel 1936 va in Svizzera, precisamente a Locarno nel Canton Ticino, e negli anni seguenti è spesso a Zurigo e Basilea, dove stringe amicizia con un altro grande scultore, Alberto Giacometti.
Il 14 dicembre 1938 sposa l’amore della sua vita, Mercedes Pedrazzini, che chiamerà Marina e con cui avrà sempre un rapporto molto intenso.

Marino Marini - Giocoliere - 1940
Pistoia, Fondazione Marino Marini
Dopo aver vinto il Premio della Quadriennale di Roma, nel 1940 gli assegnano la prestigiosa cattedra di scultura all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, dove nel 1946 si stabilisce definitivamente.
Ancora viaggi fino negli Stati Uniti d’America, a New York, dove conosce altri importanti artisti come Jean Arp, Alexander Calder, e Lyonel Feninger.
Quando torna dalla Grande Mela si ferma a Londra, città in cui conosce lo straordinario scultore Henry Moore.
Partecipa e vince numerosi premi in varie manifestazioni mentre le sue opere sono esposte in tutti i più importanti musei del mondo.
Marino Marini muore a Viareggio il 6 agosto 1980 ed è sepolto nel cimitero comunale di Pistoia insieme all'amata moglie.

mercoledì 10 dicembre 2014

Andy Warhol, la banalità di un mito

ANDY WARHOL
SIX SELF PORTRAITS - 1986
Andy Warhol, il guru della Pop Art, nato il 6 agosto del 1928 da due immigrati slovacchi, non mi è mai piaciuto.
In ogni caso “vale”, permettetemi le virgolette, milioni di dollari.
Dopo gli anni Cinquanta, in cui lavorò come grafico pubblicitario, intorno al 1960 inizia a riprodurre la realtà americana in maniera seriale e ripetitiva: dai personaggi dei fumetti alle zuppe Campbell’ in scatole, dai dollari ai volti delle icone del suo tempo come Marilyn Monroe o Elvis Presley ripresi dalle loro fotografie più famose.
ANDY WARHOL - CAMPBELL'S
I critici dell’arte contemporanea (dotati di molta fantasia ma cosa altra rispetto agli storici dell’arte) dissero che Warhol prendeva le distanze da individualismi e interiorizzazioni e dall’idea romantica dell’artista demiurgo.
Tant’è.
ANDY WARHOL - COCA COLA
Inizia a serigrafare su tela immagini preesistenti, per lo più fotografie estrapolate dai mass-media.
Ritraeva ciò che si vede ogni giorno e, soprattutto, quello che diventava oggetto di devozione collettiva,  perché per lui l’arte era da consumarsi come qualsiasi prodotto, che fosse una bottiglietta di Coca Cola, una salsa di pomodoro o un fustino di detersivo.
La ragione per cui dipingo in questo modo è che voglio essere una macchina. Tutto quello che faccio lo faccio come una macchina, ed è quello che voglio fare. Questa è probabilmente una delle ragioni per cui lavoro su una serigrafia: penso che chiunque dovrebbe essere in grado di dipingere ogni mio quadro al posto mio. Non sono mai stato capace di riprodurre un’immagine in modo chiaro e semplice e di farla identica alla precedente”.
E ha ben due schemi compositivi per realizzare i suoi ‘capolavori’: con il primo, isola e dilata l’immagine, stampandola al centro della tela; con il secondo, ripete serialmente il soggetto, allineato sul dipinto in sequenze ordinate e sovrapposte.
ANDY WARHOL - BLUE MARILYN - 1962
Esempio del primo schema: Blue Marilyn con l’immagine tratta dal poster del film Niagara.
Il dolce viso della sfortunata attrice si presenta frontale, ingrandito e isolato su un fondo azzurro in rigide campiture di colore: il rosa della pelle, il celeste degli occhi, il biondo oro dei capelli, il rosso della bocca.
Warhol non colorava solo gigantografie di personaggi famosi.
Si è anche buttato sulla pittura.
Ma forse non tutti sanno che dipingeva in un modo che definire strano è un eufemismo.
Preparava una tela, sempre di grandi dimensioni, con uno strato di vernice fresca a base di rame, poi ci urinava sopra, invitando amici e collaboratori a fare lo stesso.
La vernice a quel punto a contatto con l’urina si ossidava, creando schizzi di verde e arancione.
ANDY WARHOL - OXIDATION PAINTING - 1978
E ‘quadri’ così  - chiamati Oxidation  painting - valgono due milioni di dollari, anche se non c’è ricerca, non c’è forma, non ci sono pulsioni dell’anima, non c’è neanche astrattismo almeno nel significato più alto del termine ,non ci sono emozioni e  non c’è estetica.
Per me la storia dell'arte è una cosa seria, che prima di tutto deve essere fonte di gioia e bellezza, che ha le sue ragioni storiche e culturali.
E' mescolanza di cuore  e intelletto, di sentimento e tecnica, di novità e tradizione, di passione e genialità
Warhol invece andava fiero del suo rifiutare in toto la storia dell’arte, con tutti i relativi significati e implicazioni.
Andy Warhol muore il 22 febbraio 1987 per i postumi di un intervento alla cistifellea.

mercoledì 19 novembre 2014

Kandinsky, il padre dell'astrattismo

KANDINSKY - IMPROVVISAZIONE 12 - 1910
Nel 1910 Vassili Kandinsky aveva quarantaquattro anni, era nato infatti a Mosca nel 1866, ed un bel passato come pittore figurativo.
D’un tratto dimentica il “mestiere” e si mette a scarabocchiare come un bambino di due anni a cui siano dati carta, matite e colori.
Il Primo acquerello astratto, che apre di fatto il ciclo storico dell’arte non-figurativa, è intenzionalmente uno scarabocchio, notoriamente la prima fase del disegno infantile.
Kandinsky si era infatti proposto di riprodurre sperimentalmente il primo contatto dell’essere umano con un mondo i cui non sa nulla, nemmeno se sia abitabile.
Questo processo mentale e psicologico che lo condusse a opere come le Improvvisazioni, lo descrisse in forma autobiografica in Sguardi retrospettivi, pubblicato per la prima volta nel 1918 in russo.
KANDINSKY - DONNA A MOSCA - 1912
All’astrazione mediante la rinuncia totale dell’oggetto, arrivò dopo varie esperienze, dagli studi giovanili di giurisprudenza all’Accademia di Monaco, dal gruppo Phalanx polemico nei confronti della tradizione ai dipinti con Scene russe dove mescolava il racconto favoloso, il richiamo popolare e la stilizzazione Art Nuveau.
Con la sua compagna Gabriele Münter, anch’essa pittrice, nel 1908 si ritirò in Alta Baviera a dipingere paesaggi alpini, dove gli oggetti tendono ormai a perdere la loro identità naturalistica, costruendosi per accordi cromatici a larghe zone con accesi contrasti.
KANDINSKY - PAESAGGIO
Come i pittori romantici tedeschi del XIX secolo, Vassili intende il paesaggio come visione emotiva e spirituale.
L’immagine è sublimata liberando il colore dalla sua funzione descrittiva e rivelandone l’espressività latente.
L’enfasi cromatica è sui colori primari, applicati in strato sottile su un fondo bianco, come il rosso, tinta calda, a cui attribuisce una forza espansiva che pulsa verso l’osservatore e “colpisce come uno squillo di tromba” o il blu che con gli altri colori freddi pare ritirarsi verso il fondo della tela.
I primi anni ’20 li definisce come suo “periodo freddo”: diviene infatti prevalente la presenza di forme geometriche, spesso fluttuanti davanti o dentro un vasto piano di fondo. 
KANDINSKY - COMPOSIZIONE VIII - 1923


Linee rette e curve sono contrapposte a forme più libere o irregolarmente geometriche, con la corrispondente variazione della pennellata a creare un contrasto fra zone di maggiore o minore intensità.
Nel 1929 scrisse: “Non scelgo una forma consapevolmente, è essa stessa che si sceglie dentro di me”.
Ed è facile osservare che l’immagine in un dipinto di Kandinsky appare disordinata ma non confusa, priva di logica ma non insignificante. 
KANDINSKY - BLU DI CIELO - 1940
Dal 1933 si trasferisce da Berlino a Parigi e in quell’ultimo suo periodo di attività nasce la fase dello “stile biomorfo”, ossia quel momento in cui nella pittura di Kandinsky appaiono insistentemente, spesso alternate a figurazioni geometriche, le caratteristiche forme informi, ameboidi o embrionali, che attestano il suo interesse attestato anche dagli scritti teorici per le formazioni appartenenti alla realtà microscopica delle cellule e dunque alla più profonda falda biologica.
Muore nel 1944 a Neuilly-sur-Seine, nei pressi di Parigi.
Universalmente riconosciuto il padre dell’astrattismo lirico, ruppe l’estetica tradizionale col suo linguaggio che riconosce piena autonomia ai segni e ai colori, diventando il faro di riferimento per gli artisti europei e americani del primo e secondo dopoguerra.  

mercoledì 15 ottobre 2014

Guttuso: impegno politico e Sicilia


Renato Guttuso - 1983
Cactus sul golfo di Palermo
La sua pittura è una forma di libertà, di impegno morale e politico, di toccante amore per la sua Sicilia, così fulgida di colori, di suoni e di bellezza luminosa ma anche di passione erotica e carnale.
Renato Guttuso vuole raccontare la vita con realismo e lo fa in maniera raffinata e intensa.
Fu davvero un grande e controverso maestro, tenace difensore dell’arte figurativa, tanto che, dotato di una vasta cultura e di una straordinaria abilità tecnica, rielabora criticamente l’arte europea, da Cézanne agli impressionisti, per approdare a Picasso: evidenti sono gli elementi che rivede da quel pilastro dell’arte del Novecento che fu Guernica, dipinta dall’artista spagnolo nel 1937.
E a lui certamente guarda tre anni dopo quando dipinge la Crocefissione, un quadro che fece scalpore e di cui si discusse molto, soprattutto per le trasgressioni all’iconografia tradizionale.
Renato Guttuso - 1941
Crocefissione
Roma, Galleria Nazionale d Arte Moderna
Un quadro che diventa il manifesto del realismo neo cubista.
Come Picasso in Guernica, così Guttuso nella scena più drammatica della vita di Cristo, ritrae le atrocità della guerra che aveva messo in ginocchio l’Italia e tutto il continente, le fa sue, le vuole gridare al mondo intero.
E quell’uomo sulla croce diventa, e in quel momento storico ancora di più, il simbolo universale delle sofferenze umane.
Sofferenze che sono di tutti, dalla nuda Maddalena e con le labbra troppo rosse che lo piange disperata ai due ladroni sulla croce, con i corpi straziati dal dolore che sembrano riflettersi nello sguardo allucinato del cavallo.
I colori vibranti, forti e taglienti come lame - i rossi e i neri e i bianchi - vivono in un’intensità espressiva che non si spegne neanche nel paese sullo sfondo, rassicurante e all’apparenza pieno di pace, perché è deserto, non c’è più nessuno.
Renato Guttuso
Ritratto di Marta Marzotto
Ma nella vita di Guttuso c'è spazio anche per l'amore e la passione: nell'immediato dopoguerra sposa Mimise, che ritrasse più volte con infinita dolcezza. Mimise morì nell'ottobre del 1986 e il pittore la seguì triste e malinconico l'anno dopo.
Celebre è la sua relazione vissuta dagli anni '60 fino al 1986, in concomitanza con la morte della moglie, con la regina dei salotti, Marta Marzotto. La relazione fu definita, senza mezzi termini, "al limite della pornografia", e Marta divenne anche la sua modella preferita oltre che la sua musa ispiratrice.
Poi i quadri politici, come L’occupazione delle terre incolte del 1949, con gli stessi colori accesi e la bandiera rossa che sventola in primo piano ne è un esempio: per Guttuso l’arte diventa davvero un mezzo per smuovere le coscienze di chi è sempre stato in silenzio, per far valere i diritti di chi non ne ha mai avuti.
Renato Guttuso - 1972
I funerali di Palmiro Togliatti
Ecco perché fonda, due anni prima, il Fronte Nuovo delle Arti, avanguardia artistica legata al partito comunista e dichiaratamente legata a temi di impegno sociale senza cadere però nella facile demagogia.
Un altro quadro dalla forte connotazione ideologica è I funerali di Palmiro Togliatti, del 1972, con un florilegio di bandiere rosse dove sono ritratti anche Marx, Engels, Trotsky, Stalin e Lenin.
Un quadro che è diventato l'icona del partito comunista.
Renato Guttuso
Donne di zolfatari


E non mancano quadri che rimandano al mondo del lavoro più umile, quello contadino e povero, come Donne di zolfatari, La stalla, l'Uscita per la pesca o Contadini che zappano.
In tutti è evidente la fatica e il sudore, la rabbia per la miseria che si vede nei volti urlanti delle donne della solfatara o in quelli scavati dagli uomini che tendono i muscoli per lo sforzo nell'usare le zappe.
Ma Guttuso e la Sicilia sono una cosa sola ed ecco nel 1974 la Vuccirìa: un enorme (tre metri per tre) fotogramma del mercato storico di Palermo, con i suoi odori forti di carne e di pesce, i suoi profumi di verdure e di aromi, i suoi colori e le sue urla in un vicolo strettissimo pieno di vita.
Renato Guttuso - La Vucciria - 1974 - Palermo, Palazzo Steri
Vuccirìa in siciliano vuol dire confusione, e la confusione è palpabile, si sente a pelle e ti confonde il cervello in quel florilegio di merci e di persone.
Confusione dei prodotti in vendita, dai gomitoli di salsicce alle frattaglie, dai pomodori ai pesci, fino al quarto di bue appeso a un gancio. Confusione dei colori: il bianco delle uova, il verde di cicoria e sedani, il rosso dei pomodori e delle arance, il grigio argento dei pesci e il rosa dei tranci di pesce spada, il vestito bianco della donna, il giallo del maglione dell’uomo.
E ancora il bianco della camicia dell’uomo dietro e di nuovo il nero della signora con il sacchetto della spesa.
Vita, persone, odori, sapori e colori di Sicilia, in un caos miscelato alla perfezione.
Ogni volta che guardi quel grande  quadrato  scopri qualche particolare nuovo che ti sorprende.
E per questo saperti regalare una sorpresa sempre nuova, ringrazi Guttuso. 

mercoledì 8 ottobre 2014

Klimt inaspettato

 
CASE A UNTERACH SULL'ATTERSEE - 1916
Da lui non te lo aspetti.
Da lui ti aspetti donne sensuali e scandalosamente erotiche, sempre più forti, indipendenti e libere in un mondo troppo maschile.
Ti aspetti la luce spezzettata in mille colori o i bagliori d’oro e d’argento.
Ma la Natura, no, quella non te la aspetti proprio.
Un altro Klimt, quasi inaspettato, che dipinge paesaggi rigorosamente quadrati, come volesse dire che non vanno in nessuna direzione particolare e che sono chiusi in una forma perfetta, dove nessun lato prevarica l’altro.
Oppure, con un aura più pessimista, la sua visione quadrata della natura può portare a pensare che in quel non andare in nessuna direzione ci fosse la consapevolezza del non vedere alcuna via d’uscita, al pari di Van Gogh, alla soluzione del significato della vita o all’insopportabile pesantezza dell’essere.
CAMPO DI PAPAVERI - 1907
Paesaggi con una vegetazione lussureggiante che ispirano a prima vista pace e serenità, con nulla e nessuno che disturba quel momento interiore, nessun gesto, nessun movimento visibile e più che altro con nessuna figura umana.
Quella sì, rovinerebbe l’attimo perfetto.
La natura che si erge a dea, forse intesa come dea madre creatrice dell’intero universo, all’apparenza lontana anni luce dai suoi dipinti più famosi diventati icona dell’Art Nouveau.
Il bisogno di un sogno, forte più della realtà che ci stritola come un boa, come solo un pensiero onirico può essere.
Ed eccolo Klimt, negli ultimi anni della sua vita: pare di vederlo, quando era in vacanza sull’Attersee, che solitario usciva di casa, faceva schizzi en plein air, come gli impressionisti, e poi, quando tornava, completava quel che aveva disegnato in studio, magari aiutandosi con le fotografie, come tanti suoi colleghi dell’epoca.
ORTO CON POLLI - 1916
Ma era in un altro mondo rispetto al passato, direi in un’altra dimensione spazio/temporale: nei suoi dipinti pieni zeppi di simboli il paesaggio non aveva posto, non svolgeva nessun ruolo, neanche di contorno, perché gli sfondi di quei dipinti erano mosaici lavorati con colori, oro e argento che diventavano soggetto e non erano più solo mero ornamento.
Ora invece, una nuova linfa interiore, un bisogno di calma lontano dagli affanni tutti umani, fa sì che laghi, monti e paesi diventino i protagonisti.
Un bisogno di tranquillità che solo la Natura può regalare, come fa una mamma, senza volere nulla in cambio.
Una tranquillità tangibile nell’assenza di tempo, nell’assenza di spazio, nella non energia che emanano, nella fissità dell’immagine che pare un particolare ripreso con un tele-obbiettivo: una visione troppo lontana per essere vissuta realmente.
IL MELO II - 1916
Paesaggi raffinati ma, ça va sans dire, simbolici.
Non poteva essere altrimenti.
Gli alberi solitari, pacifici e sottili, metafora della solitudine cosmica e aristocratica dell’uomo, eppure così diversi dagli olivi o dai cipressi di Van Gogh, contorti e disperati, immersi in una natura impazzita di colori e di segni.
Un'altra visione della vita, anzi, forse della solitudine.
 

sabato 4 ottobre 2014

Archimede Seguso, il vetro nel sangue



Un patrimonio ritrovato, riemerso dalla polvere dei magazzini e dalle carte degli avvocati: sono le migliaia di vetri che Archimede Seguso ha creato durante la sua lunghissima vita di straordinario maestro vetraio.
Il più grande del secolo, il maestro dei maestri, mai imitato perché impossibile per chiunque dar vita a sabbia e fuoco come solo lui sapeva fare.
Ed eccoli i vetri, lucenti o patinati, nel salone al primo piano della storica fabbrica di fondamenta Serenella a Murano, in bella mostra sui ripiani, orgogliosamente sistemati dal figlio Gino, che dopo una lunga battaglia legale con il fratello, è diventato l’unico proprietario di un patrimonio, che oltre ad un valore economico sicuramente con parecchi zeri, testimonia l’evoluzione delle mode, del gusto e dell’arte di quasi un secolo.
«E’ un doveroso omaggio che rendo a mio padre - dice Gino - e prima di decidere quale sarà la sede più adatta del museo «Archimede Seguso», voglio poterli mostrare agli amici e ai suoi estimatori».
Già, il museo.
Dovrebbe, a rigor di logica, rimanere a Venezia, ma la città non ha  ancora risposto all’appello, anche se lontano dalla laguna ai vetri di Archimede mancherebbe la loro storia e forse una parte di fascino svanirebbe nel nulla.
Forse la città sull’acqua ha altre cose a cui pensare: le grandi navi, il turismo di massa, i matrimoni hollywoodiani e quindi un patrimonio fondamentale per la sua storia come quello di Archimede non gli interessa. Misteri della politica.
Eppure Archimede era un uomo indimenticabile, che quando morì a novant’anni, il sei settembre del 1999, lasciò il mondo terreno dicendo: «Vado in cielo, così potrò fare i lampadari per illuminare il Paradiso».
Lui il vetro l’aveva nel sangue, l’intera famiglia da generazioni lavorava a Murano e Archimede iniziò giovanissimo e forgia la sua straordinaria manualità rifacendo vetri settecenteschi.
Abilissimo nel lavoro a lume e in fornace, poco più che ventenne diventa un espertissimo maestro, distinguendosi anche con la nuovissima lavorazione del vetro pesante.
Rompe infatti con la tradizione che vuole il vetro leggerissimo e soffiato: inventa vasi, sculture e animali in vetro massiccio, scolpiti con una paletta incandescente.
E’ il 1934 quando Archimede ritrae in vetro massiccio Primo Carnera diventato campione del mondo dei pesi massimi, coi suoi guantoni immensi simbolo di forza e le spalle possenti.
Sono del 1937 i primi vasi a conchiglia iridescenti, gli orsi in vetro pulegoso, realizzati con una tecnica nuova: nel crogiolo viene mescolata una patata che emana gas che fa bollire il vetro e nascono le bollicine, in veneziano puleghe, che creano effetti ottici incredibili.
Passano pochi anni, siamo ormai nel pieno dell’art déco, ed ecco i servizi da toilette che sembrano fatti apposta per l’epoca dei “telefoni bianchi”, i servizi da fumo o i completi per il rosolio.
Il 10 ottobre del 1948 Archimede decide che è arrivato il momento giusto per mettersi in proprio e costruisce la «sua» fornace: un capannone alto, con grandi finestre e un’apertura nel tetto per far circolare l’aria sì che sia sempre fresco anche in estate, con grandi alberi nel giardino a fianco, tra cui spicca un gigantesco nespolo.
Amava quella massa informe e rovente fatta di sabbia: «Per me il vetro è come una caramella, più si succhia e più si sente il dolce».
E dolci sono le sculture di donne dalle forme abbandonate degli anni ’50, morbide e formose, così diverse da quelle affusolate degli anni ’70.
Nelle sue opere c’è l’intera gamma cromatica, dai raffinatissimi vasi ametista che paiono merletti ai vasi bianchi e neri con decori a zig-zag, dai vetri «a cipolla» lilla realizzati con più di novanta sovrapposizioni di vetri opalescenti ai vasi rossi o blu ispirati all’incendio della Fenice del ’96.
E la sua storia, immortale e leggendaria come per tutti i miti, continua.