martedì 27 giugno 2017

domenica 25 giugno 2017

Cari affezionati lettori,

 
Cari e affezionati lettori,
curare un sito significa un dispendio di energie mentali e fisiche per le tante ore passate a fare ricerca, a leggere, a studiare, a scrivere, a registrare e poi ad assemblare i video.
Io sono molto felice di fare cultura e sono assai orgogliosa di farvi conoscere artisti di cui magari avevate appena sentito il nome e di cui si scrive troppo poco o di approfondire quadri importanti.
Tutto questo finora l'ho fatto senza il minimo riscontro economico.
Ora il sito, la mia creatura virtuale, ha qualche anno, è cresciuto, è molto visitato e appare per molti argomenti nelle prime pagine dei motori di ricerca.
Ma oltre a questo ha anche dei costi.
Per questo ho voluto inserire il pulsante 'Donazione', per coprire le spese che comporta e avere la soddisfazione di sapere che qualcuno di voi ritiene il mio lavoro utile.
Per questo, vi ringrazio fin da ora se vorrete, anche in piccola parte, aiutarmi a far sì che continui a scrivere, a informarvi, a farvi conoscere qualcosa di più dello straordinario e fenomenale mondo dell'arte.
Grazie!


mercoledì 21 giugno 2017

Giovanni Fattori: la pittura come poesia


Giovanni Fattori
Autoritratto
Firenze, Galleria di Arte Moderna
di Palazzo Pitti
Può darsi che anche non vivendo a Parigi o nella profumata Provenza come gli Impressionisti, bensì a Livorno, l’insofferenza all’accademismo romantico e al purismo oltre all’esigenza di un’arte in cui confluissero le pulsioni e i problemi della vita contemporanea, si percepisse ugualmente.
Prova ne è Giovanni Fattori, nato a Livorno martedì 6 settembre 1825 da una famiglia di artigiani, pittore di sicuro talento, che nelle accese discussioni al caffè Michelangelo di Firenze, tra il 1850 e il 1860, con “una classe di giovani artisti divenuti nemici dei professori accademici”, pose le basi del movimento pittorico più importante dell’Ottocento italiano, di cui divenne l’indiscusso protagonista.
Giovanni Fattori
Il buttero - 1900
Il senso della novità era data dal fatto, diceva Giovanni, che in natura esistono ‘macchie’ di colore senza contorni.
Questa fu la molla che animò i Macchiaioli, un movimento non solo pittorico ma politico, con quel caffè non solo enclave artistica ma ritrovo in un’atmosfera eroica delle stesse affinità elettive risorgimentali.
E vien da chiedersi il perché Fattori, Segantini, Lega, Mancini o Spadini non abbiano avuto lo stesso successo dei loro alter ego francesi.
Forse perché Parigi è una capitale, forse perché il mercato dell’arte è sempre stato bizzarro, forse perché loro non erano bohemienne o forse perché coinvolti politicamente non pensavano solo se persone, oggetti o paesaggi dovessero essere trattati pittoricamente allo stesso modo. 
Mistero, che prima o poi dovrà comunque essere risolto.
La vita sentimentale di Giovanni non fu meno turbolenta: si sposò il 4 giugno 1891 con Marianna Bigazzi ma lei morì nel 1903 e lui si risposò, nel 1907, con un’amica della moglie, certa Fanny Marinelli, che morì anche lei l’anno dopo.
A quel punto Giovanni non pensò più al matrimonio, ma soltanto a divertirsi con le giovani e avvenenti allieve a cui insegnava privatamente i rudimenti della pittura.
Giovanni Fattori - Carica di cavalleria - 1877 - Collezione Sacerdoti Ferrario
Comunque, proprio perché coinvolto nell’ideale risorgimentale, nell’estate del 1868 Fattori andò ad assistere alle grandi manovre di Fojano della Chiaia, le prime dell’Italia unita, dirette da Nino Bixio.
Lì trasse dal vero una numerosa serie di disegni, ma soprattutto colse gli aspetti quotidiani della vita del soldato, i suoi momenti meno eroici, l’abnegazione e il senso del dovere, la disciplina nell’obbedienza agli ordini, anche quando questo comporta fatica, sopportazione e ripetitività.
Forse Fattori vedeva nella vita di quei soldati di ronda e  nel contatto con la natura un qualcosa che li accumunava alla vita dei butteri della sua Maremma, che divennero anch’essi protagonisti di molte sue tele.
Giovanni Fattori - In vedetta - 1871 - Fondazione Progetto Marzotto
Ecco allora che nasce In vedetta, che dipinse nel 1871: un abbagliante muro bianco di cinta intorno a cui muovono i soldati.
L’ambiente è descritto in modo essenziale, quasi astratto, dominato dall’abbacinante paesaggio inondato dal sole di mezzogiorno.
Immersi in quella che appare una soffocante, caldissima giornata, tre soldati, appesantiti dalla divisa e dalla canicola, compiono la ronda del muro perimetrale di un fortino. 
I due più arretrati scrutano un orizzonte inesorabilmente piatto, oppresso da un cielo color cobalto striato da una condensa afosa.
Solo i cumuli del terriccio e lo sterco dei cavalli, insieme ai solchi delle ruote dei carri nella terra, segnano in maniera realistica la strada e accennano una prospettiva.
Giovanni Fattori - La Pattuglia - 1875
La Pattuglia del 1875 è una sorta di manifesto della sua intera opera per la luminosità e la magia del tempo sospeso che infonde in ogni pennellata.
Il colore si conforma in ombre e luci di strutture plastiche, l’intatto equilibrio di rapporti cromatici e tonali definisce prospetticamente lo spazio con una verginità espressiva che, nel muto colloquio con sé stesso, descrive l’umile malinconia di quel piccolo mondo militare, con le figure che riacquistano una loro arcaica genuinità che si converte in incontaminata poesia.
Giovanni Fattori - Buoi al carro - 1867
Nei Buoi al carro, del 1867, riesce a restituire l’atmosfera silenziosa e sospesa della campagna assolata, la solenne e concreta presenza dei due buoi aggiogati.
Giovanni Fattori - 1866
La Gramignaia
Così per i ritratti, come  la Gramignaia e Fanny Fattori, icone di un’arte antiretorica, simboli di una rustica bruschezza.
Quella di Fattori è poesia senza riserve che totalmente si esprime attraverso il colore, il segno, la sua personalissima visione della vita.
Una poesia fatta di piena adesione all’immagine e di amore, infinito e candido.
Giovanni muore a Firenze 30 agosto 1908, pianto da tutta la città.
 
 
Nel mio canale YouTube il video su Giovanni Fattori:


giovedì 15 giugno 2017

Masaccio: il primo grande pittore del Quattrocento

Masaccio - Autoritratto
Firenze, Cappella Brancacci
Il primo grande pittore del Quattrocento appartiene alla cerchia di Donatello e di Brunelleschi, con cui era legato da profonda amicizia e di cui condivideva le ricerche nel campo della prospettiva, le istanze umanistiche e le idee innovatrici.
Si tratta di Tommaso di Ser Giovanni di Mone, universalmente noto con il nome di Masaccio, nato in San Giovanni Valdarno mercoledì 21 dicembre del 1401.
Pur vivendo pochissimo, morì a Roma,  si dice avvelenato, a soli 26 anni nell’estate del 1428, Masaccio è una pietra miliare nella storia dell’arte italiana e la sua importanza è inversamente proporzionale alla durata della sua vita. Masaccio era uno strano personaggio unicamente dedito all’arte a sentire come lo descrive Vasari: “Fu persona astrattissima e molto a caso, come quello che avendo fisso tutto l’animo e la volontà alle cose della arte sola, si curava poco di sé e manco di altrui. E perché e’ non volle pensar già mai in maniera alcuna alle cure o cose del mondo, e non che altro, al vestire stesso, non costumando riscuotere i danari da’ suoi debitori, se non quando era in bisogno estremo”.
Masaccio - Trittico di san Giovenale - 1422
Cascia di Regello, Museo Masaccio
La sua prima opera certa è il Trittico di san Giovenale, del 1422 e destinato a una chiesa di Cascia di Regello, dove le figure energicamente costruite, la prospettiva del trono e alcuni particolari come il Bambino nudo che mangia un grappolo d’uva, ritorneranno anche nelle sue opere mature.
Si sa che collaborò con Masolino nella Sant’Anna Metterza, alla Galleria degli Uffizi, dove di sua mano sono la Madonna, il Bambino e l’angelo sulla destra.
Tra il 1425 e il 1426 dipinge il Polittico di Pisa per la chiesa del Carmine ma questa grande tavola fu smembrata e le numerose parti che la componevano sono sparse per tutta l’Europa.
Masaccio - Crocefissione - 1426
Napoli, Museo di Capodimonte
Straordinariamente drammatica è la Crocefissione, ora a Napoli nelle Gallerie Nazionali di Capodimonte, opera con cui Masaccio apre trionfalmente la vicenda della pittura rinascimentale, in cui il personaggio tragico della Maddalena ai piedi della croce è stata aggiunta di getto sovrapponendola a una precedente stesura.
Importantissima testimonianza della perfetta comprensione riguardo al nuovo concetto di spazio e frutto di collaborazione con Brunelleschi per quanto riguarda le architetture, è il monumentale e strepitoso affresco della Santissima Trinità in Santa Maria Novella a Firenze.
Si può solo immaginare lo stupore dei fiorentini quando apparve l’affresco che pareva aver scavato un buco nel muro per mostrare al di là una nuova cappella, che diventa quasi protagonista della composizione che preannuncia il Cinquecento.
Masaccio - Santissima Trinità
1427/1428
Firenze, Santa Maria Novella
 
Ma la grande opera di Masaccio è la continuazione degli affreschi che iniziò Masolino nella Cappella Brancacci in Santa Maria del Carmine a Firenze, a cui il giovane artista lavora tra il 1425 e il 1427 e, che alla sua morte, verranno terminati da Filippino Lippi oltre cinquant’anni dopo.
I suoi personaggi sono esempi di un’umanità del tutto nuova: avvolti in ampi mantelli le cui pieghe ricadono senza rigidezza, sostanziano e qualificano lo spazio in modo tale che la presenza di architetture negli sfondi non appare essenziale ai fini dell’organizzazione spaziale delle scene e la rappresentazione del reale, del miracolo inteso come momento significativo della storia, si arricchisce di un profondo contenuto etico in queste essenziali ‘prospettive figurate’.
Masaccio - Il pagamento del Tributo - 1425
Napoli, Museo di Capodimonte
Nel Pagamento del Tributo, una delle scene più famose di tutto il ciclo, il gruppo di apostoli si dispone intorno a Cristo secondo un modello circolare: tutta la scena appare intessuta di una tenue seppur eloquente trama di gesti e di sguardi tra le figure di statuario vigore, che sottolinea i diversi momenti dell’azione.
Masaccio - Resurrezione del figlio di Teofilo 
1425/1427
Firenze, Santa Maria del Carmine
 Cappella Brancacci
Nella Storia di Tabita, fa da sfondo una perfetta veduta cittadina con caseggiati quattrocenteschi, di una potenza evocativa di cui solo lui era capace.
Nel San Pietro che guarisce con l’ombra, nella Distribuzione dei beni, nella Resurrezione del figlio di Teofilo, la tecnica pittorica, basata sull’accordo dei toni e sul tenue svariare delle luci, raggiunge valori che anticipano i  pittori veneziani cinquecenteschi.
Masaccio 
La cacciata di Adamo ed Eva
dal Paradiso Terrestre
Firenze, chiesa del Carmine
Cappella Brancacci
L’opera di Masaccio influenzò e in certo senso determinò l’arte pittorica a lui successiva, dall’Angelico al Lippi, da Leonardo a Michelangelo, mentre le future generazioni di artisti la considerano fondamentale.
Tale modernità è ancora valida: le celeberrime figure ignude di Adamo ed Eva cacciati dal Paradiso terrestre mantengono intatta la loro fenomenale efficacia.
Il contenuto etico e morale della pittura di Masaccio, che costruisce immagini grandiose di uomini degne dell’antichità storica, direttamente si innesta su una ricerca formale tesa non più alla gradevolezza della linea o del colore, ma al raggiungimento di strutture compositive e prospettiche di essenziale efficacia.
Noi abbiamo fatto in Masaccio una grandissima perdita”, dirà Filippo Brunelleschi alla notizia della dipartita del giovane e rivoluzionario pittore, indicando con quel ‘noi’ tutta la Firenze artistica del tempo.
Il lungimirante architetto comprendeva che molti anni sarebbero passati prima che sulla scena della pittura italiana apparisse un uomo capace di raccoglierne l’eredità.

domenica 11 giugno 2017

Il mio nuovo video su Gino Rossi


Gino Rossi è un pittore che amo moltissimo, sarà per la sua vita costellata di tragedie, sarà per la pietas che suscita la sua mente malata, sarà per i colori che usava, le linee morbide prima e poi via via sempre più tagliate con l'accetta.
Così ho fatto un video anche su di lui, con molte immagini, che trovate nel mio canale di YouTube a questo link:

sabato 10 giugno 2017

Giudizio Universale: l'apoteosi del genio di Michelangelo

Michelangelo Buonarroti - Giudizio Universale - 1536/1541
Città del Vaticano, Cappella Sistina
Con il Giudizio Universale, Michelangelo era intervenuto con l’autorità del genio nel problema più scottante del tempo, sostenendo la tesi cattolica della responsabilità contro quella protestante della predestinazione.
Michelangelo Buonarroti
Cristo Giudice
Particolare Giudizio Universale
Iniziato nel 1536 e terminato nel 1541 nella parete di fondo della Cappella Sistina per volere di Papa Paolo III, il dies Irae che evoca, rompendo con la tradizione iconografica, è ben lontano dai Giudizi dei maestri del passato con le loro schiere di Santi ordinate intorno a Cristo con a debita distanza i dannati che discendono alla loro destinazione infernale.
Dio giudice, nudo, atletico, senza alcuno degli attributi tradizionali di Cristo, è l’immagine della suprema giustizia, che neppure la pietà e la misericordia, rappresentata dalla Madonna implorante, può temperare.
Michelangelo concepisce la composizione come una massa di figure rotanti intorno a Cristo che emerge isolato in un nimbo di luce.
Michelangelo Buonarroti
Il giudizio dei dannati
Particolare Giudizio Universale
Santi e Martiri sono in alto, alcuni dannati invece lottano invano per sfuggire alla stretta dei diavoli, altri si pigiano sulla barca di Caronte, altri ancora si gettano sgomenti nel gorgo e sulla sponda li attende Minosse.
In alto, nelle lunette, angeli recano i simboli della Passione, quasi invocando vendetta.
Lo sgomento invade anche i beati: la giustizia divina è diversa da quella umana, solo Dio ne conosce i motivi e ne è arbitro, come nella grazia.
Michelangelo Buonarroti
San Bartolomeo
Particolare
Giudizio Universale
C'è spazio anche per l'ego dell'autore, che si ritrae in tutta la sua tragedia nella pelle scuoiata di san Bartolomeo .
Un’opera meravigliosa, che rivela tutta la maestria michelangiolesca nel disegno del corpo umano colto da qualsiasi punto e angolatura, giovani atleti dai muscoli mirabili che si snodano e si piegano nelle più svariate direzioni.
E non vi è dubbio che molte idee  avrebbe potuto esprimerle nel marmo di Carrara, anzi forse è così che le vedeva mentre si affollavano nella sua mente intanto che dipingeva.
Poi sopravvenne il clima della Controriforma e la preoccupazione delle gerarchie vaticane di allontanare da Roma le accuse di paganesimo.
Fu così che Daniele da Volterrra, un discepolo di Michelangelo, poco dopo la morte del maestro, nel gennaio del 1564 fu incaricato di coprire con panneggi dipinti a tempera le nudità più vistose: su dieci figure gli indumenti già esistenti furono ampliati, su altri venticinque furono dipinti di sana pianta.
E il povero Daniele ci guadagnò il soprannome di Braghettone.

martedì 6 giugno 2017

Il mio nuovo video sulla Pubertà di Munch

https://www.youtube.com/watch?v=I22T6MYq5KE
 
E' l'articolo più letto in assoluto del sito, così ho deciso di realizzare anche un video sulla Pubertà di Munch, che ho pubblicato sul mio canale di You Tube:
 


venerdì 2 giugno 2017

Bartolomeo Bimbi: le meraviglie della natura

Bartolomeo Bimbi - Pianta di girasole 
 1721
Poggio a Caiano, Museo della Natura Morta
Il pittore delle ‘meraviglie di natura’ nasce a Settignano venerdì 15 maggio 1648 e inizia la sua carriera prima sotto Lorenzo Lippi poi a Roma nella bottega di Mario Nuzzi detto Mario dei Fiori, ma fu Agnolo Gori, fiorante molto apprezzato e legato alle origini della natura morta, a presentarlo a Cosimo III e al principe Ferdinando de’ Medici.
Per lui, a partire dal 1685, eseguì moltissimi quadri di animali, fiori e frutta, originali e stravaganti ritratti al naturale con precisione scientifica. A tal fine usava valersi si scienziati come il Redi, che analizzavano tutte le specie portate al pittore, per essere dipinte e appese nelle ville medicee  dell’Ambrogiana, di Castello e della Topaia, di cui buona parte sono conservate al Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze. 
Già, perché Bartolomeo non era solo uno straordinario pittore di nature morte ma aveva anche qualcosa in più: uno spirito indagatore, da vero studioso e ricercatore.
Bartolomeo Bimbi - Ciliegie - 1699 - Firenze, Galleria degli Uffizi
Ma andiamo con ordine. Come tutte le grandi famiglie di regnanti, tra cui spiccano quelli francesi nella reggia di Versailles, anche i Medici nei loro vastissimi possedimenti terrieri coltivavano frutta e verdura anche a scopo cognitivo, per studiare le varie specie e cercare anche di migliorarle con innesti e nuovi semi. Bisognava quindi rappresentare tutti i prodotti e, non esistendo ancora la fotografia, ecco che entra in scena Bartolomeo. In Ciliegie, del 1699,  ora nella Galleria degli Uffizi ma dipinto per la villa di Poggio a Caiano, è raffigurato l’intero campionario di tutte le varietà di ciliegie che si producevano nelle terre medicee, elencate sulla base della colonna visibile a sinistra, così come Uve, dipinto nel 1700 sempre agli Uffizi, dove i grappoli hanno acini di forme e colori diversi e hanno ognuno un cartiglio con sopra il nome della varietà.
Quindi i dipinti di Bartolomeo vanno al di là del mero piacere visivo e sono utilissimi per documentare le varietà coltivate all’epoca in Toscana.
Bartolomeo Bimbi - Susine
 Poggio a Caiano, Museo della Natura Morta
Lo stesso vale per il dipinto Pere, sempre del 1699 e sempre agli Uffizi, che, come specifica il cartiglio alla base della tela, raffigura le diverse qualità di pere di “giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre, inverno”. I frutti qui sono disegnati a gruppi, perlopiù in canestre e piatti, secondo uno dei moduli compositivi usati da Bartolomeo in questo genere di composizioni, così come in Susine.
In un altro dipinto, Agrumi, agli Uffizi, Bartolomeo ha dipinto ben 31 specie di arance e limoni, mentre la provenienza esotica del Mazzo di datteri, dipinto quando aveva 72 anni nel 1720 e ora agli Uffizi, è data dalle palme di sfondo e dalla costruzione piramidale sulla sinistra della tela.
Bimbi dipingeva anche mirabilia, ovvero certe verdure o frutti dalle gigantesche proporzioni, come un cavolfiore di ben 18 libbre, vale a dire circa otto chili, o giganteschi cedri bitorzoluti come quello dipinto nel 1713, un “cocomero di libbre centocinque bellissimo”  o una barbabietola di quaranta libbre nata nel marzo del 1721 e tutti gli “esemplari stravaganti e aborti di natura”.
Bartolomeo Bimbi - Zucca - 1711
Firenze, Museo di Storia Naturale
A proposito del dipinto di un’immensa zucca nata a Pisa nel 1711 di 171 libbre nata nel giardino di Francesco de’  Medici, il suo biografo Baldinucci racconta che, chiedendo il duca quanto gli costasse il dipinto, Bartolomeo gli spedì il conto, ma essendo lui “sempre umile né mai ebbe alcuna stima di sé medesimo”, gli prese quasi un colpo quando il granduca rispose chiedendogli se per caso avesse sbagliato i conti. Il poverino, pensando di avere chiesto troppo, rispose che fosse il duca a fare il prezzo e il nobiluomo gli diede il doppio di quel che aveva chiesto.
Bartolomeo Bimbi - Agnello a due teste - 1721
Poggio a Caiano, Museo della Natura Morta
Anche gli animali catturavano la sua attenzione come l’Agnello dalle due teste, del 1721 e nel Museo della Natura Morta a Poggio a Caiano, ovino nato l’anno prima, di colore “bianco meraviglioso per le due teste, e due colli con i suoi esofaghi, ancora per interiora, che aveva tenendo due fegati, due milze, due cuori” come è scritto nel cartiglio in basso a sinistra del quadro.
Ma Bartolomeo oltre a far conoscere le meraviglie della natura, sapeva davvero dipingere benissimo, tanto che Filippo Baldinucci di lui scrive: “né Tiziano né Raffaello né alcun pittore del mondo che avesse voluto fare frutte e fiori mai sarebbe arrivato a farli in quelle forme e così bene”.
Ed è vero: con il suo pennello riusciva a dare tale naturalezza che si riesce a immaginare la ruvidità delle bucce degli agrumi, il sapore zuccherino delle ciliegie o dell’uva.
Bartolomeo morì a ottantadue anni, povero e dimenticato, sabato 14 gennaio 1730 a Firenze.

venerdì 12 maggio 2017

Giorgio Morandi: il solitario della pittura

Giorgio Morandi
Un solitario.
Solitario senza volerlo, solitario suo malgrado.
La biografia senza eventi di Giorgio Morandi, come quella che per scelta e destino capitò anche al suo nume  Paul Cézanne, aiuta a capire la sua pittura e il suo essere il maggiore pittore italiano del secolo.
E’ una domenica il 20 luglio del 1890 quando Giorgio nasce in Via Lame a Bologna e dove abita i primi due anni di vita per poi traslocare al numero 20 di Via Avesella. Fin da quando era molto giovane, Giorgio dimostra una notevole predisposizione per la pittura, sicché convince i parenti a iscriverlo all’Accademia di Belle Arti. E’ il 1907.
Barattoli di pigmenti 
 Bologna, casa di Giorgio Morandi
Gli studi proseguono bene, nonostante i ripetuti contrasti con i professori, per la sua voglia di seguire i suoi idoli, vale a dire Paul Cézanne in primis, Henry Rousseau e Pablo Picasso. Però ama anche Paolo Uccello, Masaccio e  Giotto.
Quasi ventenne, la famiglia si sposta in una casa di Via Fondazza a causa della morte del padre e Giorgio diventa così il capo della sua famiglia della piccola borghesia: la madre, Maria Maccaferri, e le sorelle Anna, Dina e Maria Teresa.
In quella casa, Giorgio Morandi ha vissuto dal 1910 fino alla sua morte. E’ un microcosmo a cui non manca nulla per entrare a far parte del mondo morandiano e che nella sua semplicità diventa il suo macrocosmo fatto di arte e creazione. Ammetto che la pittura di Morandi non è tra le mie preferite: mi lascia in uno stato di infinita tristezza per la mancanza di colori, per un guizzo di fantasia lasciato volutamente nel pennello, per la ripetitività che rasenta la maniacalità dei suoi soggetti, eppure ho voluto vedere le case dove ha abitato per cercare di capirne i motivi.
Delle varie stanze della casa di Bologna, lo studio di Giorgio è senz’altro quella che maggiormente colpisce perché si riesce a toccare l’atmosfera, semplice e austera, che lui viveva quando vi lavorava, giorno e notte, per creare le sue tele, le incisioni o i disegni.
Bottiglie - Bologna, casa di Giorgio Morandi
L'arredo è ancora originale: il  letto, il cavalletto in legno da disegno, l'orologio  e l’acquasantiera, ci sono le brocche, i bicchieri, le rose di seta, i barattoli di vernici e colori, gli stracci appallottolati ancora impregnati di colore, le puntine da disegno, i pennelli che permettono di vivere le sue stesse emozioni nei minimi particolari. E ancora sul tavolo da lavoro si vedono ancora gli spostamenti degli oggetti protagonisti delle sue nature morte che lui registrava in maniera maniacale per ottenere diversi riflessi e diverse composizioni. Ma si vedono anche le pennellate che lui faceva sui muri.
Vasi
Grizzana, casa di Giorgio Morandi
Nel 1913 finalmente arriva il diploma e le prime mostre, all’hotel Baglioni di Bologna e successivamente a Roma nella galleria Sprovieri con il gruppo futurista.
Durante la prima guerra mondiale inizia la sua fase metafisica e quella delle nature morte, le sue opere più celebri. Dal punto di vista stilistico nei dipinti di questo periodo si nota come Morandi caratterizzasse un disegno rigorosamente geometrico con ombre scandite.
La sua vita è sempre e costantemente a Bologna, da dove si sposta solo per andare a Grizzana nella casa di campagna durante i mesi caldi. Era il 1931 quando la sorella di Giorgio, Anna, si ammalò e, su consiglio del medico, la famiglia dovette cercare un luogo dove ci fosse aria salubre. Andarono perciò a Grizzana, il cui toponimo nel 1985 fu modificato aggiungendo il cognome Morandi proprio per i lunghi mesi che l’artista passò qui, dove i signori Veggetti, amici e vicini di casa a Bologna dei Morandi, li invitarono. Da allora, ogni anno, da giugno a settembre quando le scuole erano chiuse, i Morandi, andarono nel paesello appenninico in villeggiatura. Alla fine degli anni ’50 la famiglia comprò un terreno su cui edificarono questa casetta.
Grizzana era per Morandi quel che significava Arles per Van Gogh o l’Estanque per Cézanne, cioè luoghi imprescindibili per la storia dell’arte moderna.
Entrare in casa Morandi è come tornare indietro di quarant’anni: è stato tutto lasciato com’era, compresa la bottiglia già aperta di Biancosarti o quella dell’aceto in cucina.
Grizzana Morandi - Studio di Giorgio Morandi
Nella stanza dove dormiva Giorgio sotto il materasso c’è ancora una lastra pronta per essere incisa, mentre nei cassetti della scrivania si conservano i suoi pennelli, alcuni con le setole frastagliate per un effetto particolare, i colori a olio della Windsor & Newton, che arrivavano da Londra, libri, tra cui due su Masaccio e Giotto, un portamonete e le sigarette. Nello studio gli oggetti dell’artista, colori, pennelli, tele e telai, stracci ancora pieni di colore, il cavalletto da passeggio con la borsa per i colori e per i pennelli e il cavalletto da studio, pigmenti tritati conservati dentro un pezzetto di giornale, caffettiere, vasi, bugie portacandele, fiori finti, brocche, bicchieri che facevano da ‘modelli’ per le sue silenti nature morte, oltre ai barattoli di Ovomaltina che lui poi rielaborava. In quella stanza Morandi dipinse molti paesaggi che riusciva a vedere guardando fuori della finestra.
Dagli anni venti del secolo scorso, Morandi concentra la sua ricerca su pochissimi oggetti anche modesti - bottiglie, bicchieri, piatti, manichini, palle – completamente rielaborati e approfonditi.
Giorgio Morandi - Natura morta - 1929 - Rovereto, Mart
Le sue composizioni di nature morte esprimono con abbagliante chiarezza il concetto di vuoto, di silenzio che regola tutto il gruppo dei pittori futuristi. Il lavoro paziente e solitario di Morandi produce risultati di austero controllo e insieme di una nota di toccante lirismo e di malinconia.
Mi viene in mente un pensiero: forse Morandi ha cercato l'universo in piccole cose di  nessun valore, tantomeno estetico, proprio per far sì che le sue ricerche artistiche fossero un modello che si potesse applicare a qualunque cosa, avendo studiato e ristudiato il senso delle ombre, del vuoto, del pieno, del chiaro e dello scuro.
In molte delle sue opere del periodo metafisico gli oggetti vengono isolati dentro scatole entro le quali alcune forme galleggiano come se fosse stato realizzato il vuoto pneumatico.
Per vivere, lavora come insegnante di disegno nelle scuole ma nel febbraio del 1930 ottiene  ‘per chiara fama’ e ‘senza concorso’  la cattedra di incisione all’Accademia. Uno bello smacco per i suoi antichi insegnanti, non c’è che dire. Rimarrà docente fino al 1956. Espone anche alla Biennale di Venezia e alla Quadriennale di Roma, dove nel 1939 ha una sala tutta per sé con più di quaranta tele, oltre a disegni e acqueforti esposti. A Grizzana, dove rimarrà in qualità di sfollato per tutto il secondo conflitto, inizia  la grande stagione dei paesaggi e alla fine della guerra è considerato uno dei maestri più importanti del secolo.
Giorgio Morandi - Paesaggio - 1927  - Rovereto, Mart
Il processo creativo di Morandi prescinde sostanzialmente dalla ricerca di nuovi temi: si tratta di una speculazione intellettuale tutta interiore, che analizza la consistenza, il ritmo, i contorni, i riflessi, i delicati toni cromatici degli oggetti in una pazientissima meditazione.
Le forme progressivamente si sfaldano, le pennellate sono sempre più larghe e pastose, i contorni si fanno pastosi ed evanescenti fino a che la sua pittura giunge a perdersi dentro fondali neutri.
Giorgio è malato e dopo lunghe sofferenze, muore giovedì 18 giugno 1964.
Riposa nel cimitero monumentale della Certosa di Bologna, la sua amata città che mai lasciò.

domenica 7 maggio 2017

Rodolfo Siviero: lo 007 eroe dell'arte

RODOLFO SIVIERO CON UNA SCULTURA RECUPERATA
L’agente dei servizi segreti italiani che nel corso della sua vita ha riportato in Italia le opere d’arte che erano state trafugate non solo dai gerarchi nazisti durante la seconda guerra mondiale, ma anche da trafficanti d’arte che lavoravano al mercato nero, nasce domenica 24 dicembre 1911 a Guardistello, in provincia di Pisa.
Frequenta l’Università di Firenze per diventare critico d’arte, quindi  entra giovanissimo nel servizio segreto fascista, come addetto alle Informazioni Militari.
Ma la sua vita cambiò radicalmente dopo l’8 settembre 1943, quando i nazisti iniziarono a razziare gran parte delle opere d’arte conservate in collezioni private o nei musei italiani per portarle in Germania, dove venivano cedute ad Hitler o ai suoi collaboratori più fedeli.
Diventa così lo 007 dell’arte.
Tutto era cominciato nel 1938, quando Mussolini, incurante dei trattati di pace tra Italia e Germania, regalò a Hitler il Discobolo Lancellotti, una copia romana dell’omonima statua greca di Mirone.  E quando Hermann Göring, uno dei più famosi federmarescialli dei Reich, ordinò nel 1943 di depredare tutto quello che si poteva dalle pinacoteche e musei italiani, il governo cercò in tutti i modi di impedire l’inevitabile, ma senza successo.
RODOLFO SIVIERO CON LA RECUPERATA
LEDA E IL CIGNO DI TINTORETTO
Dopo l’8 settembre del 1943, si schiera al fianco della Resistenza, adoperandosi per impedire le razzie di stampo nazista di opere d'arte, fino ad essere torturato nella famigerata Villa Triste in via Bolognese ma resiste grazie all’interessamento di alcuni ufficiali repubblichini, che in realtà collaboravano con gli alleati, e viene rilasciato. La sua casa diventa la centrale operativa dei partigiani contro l'operazione Kunstschutz, il corpo militare tedesco che requisiva le opere italiane per trasportarle in Germania.  Dopo che il 30 settembre 1943 quando venne incendiato l’archivio storico di Napoli e venne fatta saltare in aria la Torre di Minturno, uno dei musei archeologici più importanti d’Italia, Siviero decise di intervenire e, con l’aiuto di alcuni  antifascisti, riuscì ad salvare gran parte delle opere d’arte che rischiavano di andare all’estero, tra cui  L’Annunciazione del Beato Angelico a Firenze nel 1944.
RODOLFO SIVIERO CON UN DIPINTO
RECUPERATO DI PONTORMO
Nel frattempo la situazione precipitò, tanto che il 4 ottobre del 1943 Göring fece saccheggiare l’Abbazia di Montecassino, mentre nel 1944 arrivarono in Germania 262 opere d’arte degli Uffizi di Firenze. Solo alla fine della guerra, nel 1947, Siviero riuscì a ritrovare tutti questi capolavori nella miniera di sale di Altaussee, in Austria, dove erano stati nascosti per sicurezza. Da quel momento in poi il giovane agente continuò a lottare per ritrovare e salvare le opere d’arte scomparse, anche se dovette vedersela con problemi burocratici e non. Uno dei suoi interventi più noti fu nel 1968 quando, con l’aiuto della polizia guidata da Ugo Macera, riuscì, forse anche con metodi poco ortodossi, a recuperare l’Efebo di Selinunte, che era stato rubato dalla mafia nel 1962 dal municipio di Castelvetrano.
L’ultimo regalo di Siviero all’Italia fu nel 1983, poco prima della sua morte, quando redasse una lista di ben 2.500 opere d’arte italiane ancora da ritrovare.
Rodolfo Siviero ci lascia il 26 ottobre del 1983 e chiese di essere sepolto in una tomba anonima, senza nome. Presso la Cappella della Santissima Annunziata, nel cuore antico di Firenze, accanto alle tombe di grandi artisti come Pontorno, Benedetto Cellini e Jacopo Sansovino, si trova una lapide senza nome e senza iscrizione e in quel loculo riposa Rodolfo Siviero, un eroe quasi dimenticato ma che senza il quale l’Italia sarebbe senz’altro più triste e con molta bellezza in meno.
CASA MUSEO DI RODOLFO SIVIERO 
 FIRENZE
Per ricordare questo grande eroe quasi sconosciuto a molti, consiglio vivamente di andare a visitare la sua casa museo a Firenze, in Lungarno Serristori 1/3 – tel. 055.2345219 - nei gironi di sabato (10,00-18,00), domenica e lunedì  (10,00-13,00) e avrete la simpatica scoperta che l'ingresso è gratuito.
Lo 007 dell'arte non solo fece rientrare nel nostro paese le opere esportate illegalmente dai gerarchi nazisti, ma, da collezionista appassionato e colto qual era, riempì la sua casa fiorentina di Lungarno Serristori di opere d'arte antiche, insieme a quadri e disegni di importanti artisti italiani moderni.
CASA MUSEO DI RODOLFO SIVIERO
FIRENZE, STUDIO BIBLIOTECA
Al momento della sua morte, Siviero lasciò in eredità alla Regione Toscana la casa fiorentina perché gli oggetti in essa contenuti – quadri, sculture, argenti, mobili, tappeti -  diventassero un museo: il visitatore può così ammirare l'ampia raccolta di reperti etruschi, busti romani, statue lignee trecentesche e quattrocentesche, dipinti fondo oro, rinascimentali e barocchi, bronzetti, terracotte, suppellettili liturgiche e splendidi mobili oltre anche a un nucleo di opere di artisti italiani moderni come Giorgio De Chirico, Giacomo Manzù, Ardengo Soffici e Pietro Annigoni, ai quali era legato da rapporti di amicizia.
Un esempio per tutti: la camera da letto di Rodolfo, con una splendida piccola cassapanca ai piedi del letto e un magnifico armadio dipinto contenente reperti archeologici, poltrone Savonarola e tappeti.
Essere riuscito ad affermarsi nel mondo della cultura grazie al recupero di capolavori inestimabili genera in Siviero una nuova ambizione, quella di passare alla storia non solo come l’agente segreto dell’arte, ma anche come un uomo di cultura e mecenate dell'arte  e arreda la propria casa con oggetti d'arte che poi donerà a Firenze per arricchire il patrimonio culturale. In tutto sono 1400 le opere ospitate da Casa Siviero, 500 quelle esposte al pubblico al piano terra della palazzina. La collezione più importante è rappresentata dal nucleo di opere di Giorgio de Chirico, che si spiega con l'amicizia che legava i due, ma principalmente con il fatto che negli anni Venti de Chirico abitò ed operò nella casa ospite di Giorgio Castelfranco che di de Chirico fu mecenate e promotore culturale e commerciale.
CASA MUSEO DI RODOLFO SIVIERO
FIRENZE, CAMERA DA LETTO 
La casa fu poi acquistata da Siviero e le opere furono in parte donate a Siviero dall'artista e in parte acquistate nel periodo postbellico.
L'opera più significativa è l'Autoritratto in costume da torero, del 1941, che inaugura la serie degli autoritratti in costume dell'artista.
Ma altrettanto significativa è la presenza di mobili, arredi e dipinti antichi, risalenti al periodo tardo Medioevo–inizio Rinascimento, tra cui è da segnalare il frammento di polittico di Bicci di Lorenzo, o della sua cerchia, dell'inizio del Quattrocento.
E dopo essere stati in casa sua, non potrete che sentire verso questo indimenticato e indimenticabile personaggio una gratitudine davvero importante, perché l'arte è vita e la vita senza l'arte è davvero triste, anzi, è di più: è squallida.

http://www.carabinieri.it/cittadino/tutela/patrimonio-culturale/introduzione


giovedì 27 aprile 2017

Pittori toscani: la vita e le opere da Cimabue a Ottone Rosai

 
Eccolo!
E' uscito il mio  libro Pittori toscani. La vita e le opere da Cimabue a Ottone Rosai, pubblicato come sempre da Editoriale Programma.
Scriverlo è stata una faticaccia, lo ammetto, ma ne valeva la pena.
Capire il perché di tanto impegno è semplice: la pittura dell'età moderna è nata in Toscana e questa fenomenale terra ha dato i natali a molti dei più importanti e celebri artisti italiani: dall'era di Cimabue e del suo allievo Giotto ai pittori della cerchia medicea, dai maestri del Cinquecento ai ritrattisti barocchi, dai Macchiaioli sino alle avanguardie del Novecento.
Ho voluto raccontare anche la loro vita privata, le curiosità e gli aneddoti, le loro gioie e i loro drammi personali, usando come al solito il mio linguaggio, semplice ma esaustivo in testi scientificamente corretti corredati da un vasto apparato iconografico interamente a colori. 
Nel libro ho scritto anche degli artisti meno noti ma non per questo meno importanti.
Lo si può acquistare sul sito www.editorialeprogramma.it.
Che dire ancora?
 
BUONA LETTURA!