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sabato 24 settembre 2016

A spasso con Giambattista Tiepolo...

Eccolo finalmente!
E' uscito il mio libro (in vendita anche sul sito www.editorialeprogramma.it) che racconta di una lunga passeggiata a braccetto con il geniale pittore simbolo del Settecento europeo.
Un'esperienza affascinante, difficile da scrivere, ma che mi ha dato molta soddisfazione. Ho immaginato di averlo accanto e di fare con lui chiacchiere, o quattro ciacole visto che lui era veneziano, disquisendo sulle sue opere, sulla sua visione di sotto in su, sui suoi cieli colmi di figure svolazzanti e leggiadre, su quel senso di infinito che aleggia ovunque.
Il libro poi ha la presentazione del professor Giuseppe Maria Pilo, il più grande esperto vivente del Tiepolo, e questo mi ha dato un'immensa soddisfazione.
Amatelo Giambattista, perché è un uomo fuori dal comune, che ha nel sangue genio e facilità nel creare capolavori.
E non vi deluderà mai.
Giambattista Tiepolo - 1744
Il trionfo della Fortezza e della Sapienza
Venezia, Museo di Ca' Rezzonico

lunedì 3 novembre 2014

CANALETTO, L'APICE DEL VEDUTISMO

CANALETTO - PIAZZA SAN MARCO
Canaletto è una specie di intoppo nella pittura veneziana del Settecento.
Tiepolo e Guardi sono nella ruota giusta del Tempo, seguono il destino della loro splendida città che va verso il suo disfacimento, disgrazia che capita spesso alla generalità delle cose umane. 
CANALETTO 
 IL BUCINTORO AL MOLO NEL GIORNO DELL'ASCENSIONE
Guardi percepì la grandezza occulta di questa disgrazia, l’oscuro piacere che può dare il male e il senso della fine e lo espresse con le vedute di una città che porta in sé il germe della morte.
Canaletto, nato appena quindici anni prima del Guardi, si trova contro il Tempo: nelle sue vedute e nelle sue scene cristallizza Venezia e i veneziani in una verità ferma, immune da decadenza o disfacimento, destinata a durare per sempre.
Sublima la sua città dilatandola in dimensioni fantastiche e tuttavia non irreali.
Giunge a conquiste nel campo della luce e della prospettiva atmosferica, arrivando a soffi di poesia personalissima.
Sembra un personaggio semplice ma oggi lo si definirebbe un alienato.
La sua carriera era cominciata grandiosamente con un atto di rivolta verso il padre, che l’aveva messo a tirar la carretta al proprio seguito facendogli fare scenografie per opere e drammi.
A ventidue anni, era il 1719, “annojato dalla indiscretezza de’ poeti drammatici, scomunicò solennemente il teatro” se ne andò a Roma.
Torna a Venezia dopo un anno o due e si mette a dipingere Piazza San Marco e il Canal Grande, con un certo nervosismo prima, poi sempre più pacatamente come forse piaceva agli inglesi.
Già, perché se Venezia è un polo della sua esistenza, l’altro è l’Inghilterra, entrambe croce e delizia della sua vita.
Doveva sicuramente amare Venezia, altrimenti non avrebbe potuto ritrarla come l’ha ritratta, ma al tempo stesso coltivava l’orgoglio di dipingere per lontani milord pieni di ghinee, ma che con molta probabilità odiava perché di ghinee a lui ne arrivavano pochine, essendoci di mezzo l’intermediario.
CANALETTO -
ABBAZIA DI WESTMINSTER
Comunque, se metteva in conto anche la soddisfazione di essere apprezzato dagli aristocratici inglesi, fu molto ripagato.
Il gruppo più cospicuo delle sue opere fu venduto nel 1763 al re Giorgio III e, ancor oggi, se se ne stampa la riproduzione di qualcuna, viene scritto che ciò accade per la cortesia di Sua Maestà la Regina Elisabetta II.
La sana risonanza della sua fama di essere avido di denaro, gliela hanno fatta naturalmente quelli che acquistavano i suoi quadri e avrebbero voluti pagarli meno di quanto in realtà sborsavano.
Che Canaletto, ritraendo Venezia per lungo e per largo, tenesse anche un occhio al mercato, è lecito supporlo.
Aveva un carattere difficile e faceva prezzi a capriccio, seguendo impulsi di simpatia e antipatia: gli inglesi gli andavano a genio, i francesi no.
CANALETTO - BACINO DI SAN MARCO
La conferma di essere un artista vero l’aveva dal mercato, ma oscillava paurosamente tra il senso d’inferiorità di essere un pittore di vedute – il cui compito consisteva nel riprodurre gradevolmente i siti gradevoli in modo che chi li aveva visti potesse averne un ricordo positivo e chi non li aveva visti ricavarne dilettosa cognizione – e senso di superiorità ritenendosi il migliore.
Così fabbrica come un forsennato quadri su quadri, infilandosi dentro la camera oscura a copiare la realtà capovolta o con il processo quasi meccanico della quadratura che ben conosceva perché usato comunemente dagli scenografi.
Finì la sua carriera da accademico, visse senza moglie e morì senza testamento.
Fu sepolto a Venezia nella chiesa di San Lio, ma della sua tomba si è persa ogni traccia.

mercoledì 10 settembre 2014

CANALETTO E LA SUA VENEZIA

 
E’ preciso nei particolari ma non è fedele al vero, con quelle ombre scure, la pennellata grassa, densa di colore, talvolta sfrangiata, con il gusto compositivo delle diagonali ancora così scenografico e con i rapporti cromatici rivolti a un’evocazione fantastica.
Con un senso quasi fiammingo di realismo, Canaletto non smette mai di interessarsi alle cose di Venezia: la posa di un gondoliere, una figura in maschera, il lampo della luce su uno scalino, le tegole di un tetto, una statua che si staglia, bianca, contro un cielo azzurro e frizzante.
Un’immagine simbolo come La riva degli Schiavoni verso est con la colonna di San Marco, proveniente dalla Civica Pinacoteca del Castello Sforzesco di Milano dipinta nel 1730, è tutto questo e anche di più.
La totale trasparenza dell’aria rende reale lo spazio come lo intendeva Newton – sempre omogeneo e immobile – e in quello spazio gli edifici, Palazzo Ducale in primis, sono blocchi netti, privi di interferenze reciproche, coerenti, ubbidiscono a un ideale cristallino. E quanto lontano arriva lo sguardo, il dettaglio si offre incontaminato nella sua leggibilità, quale che sia la distanza dell’osservatore.
E l’acqua, icona ineludibile di Venezia? Si dà uniformemente, con l’invenzione di un segno iterativo – inimitabile nel suo carattere ingannevolmente meccanico – con il movimento magicamente fermato, tanto che le barche non lasciano nessuna scia.
Un’immagine piena di aria e di luce, dove il cielo è veramente cielo e dove le nuvole non chiudono l’orizzonte ma ne dilatano ancor di più la vastità, dove interviene la sua fantasia, il suo particolare gusto della materia, il suo senso architettonico e compositivo, la sua visione del mondo.
La luce splendente e le ombre marcate modellano gli edifici, creando l’illusione, al di là di quella precisa veduta, di guardare nella città che si avverte molto più estesa, dietro un angolo, dietro l’ultima facciata, dietro  i campanili. Non si osservano solo marmi, mattoni o calce, ma la vita stessa, che si sente procedere con serena imperturbabilità.
Altro che fotografo!
La camera ottica gli serviva sì, ma le sue vedute sono delle “belle infedeli”, permeate di quello spirito tutto veneziano così amato dagli inglesi, ma che mai sarebbero stati capaci di trovarne traccia in quei guizzi di colore che per incanto diventavano due belle fanciulle intente a parlare magari del loro nuovo amore o di quei due ragazzini che fan baruffa intorcolati come matasse di filo da pesca.
Quella di Canaletto era la stessa Venezia di Casanova, scandalosa e viva, libera e libertina, tanto da far scrivere a Lord Byron “che una signora che abbia un solo amante non può essere accusata di violare la santità del matrimonio”.
La stessa Venezia fatta dal patriziato, dai mercanti, avvocati e notai, letterati e artigiani ma anche la Venezia del popolo dei poveri, dei servi e dei barcaroli, delle prostitute e dei mendicanti che si mescolavano con gente di ogni razza, lingua e religione e che ne facevano una città cosmopolita e vivissima.

martedì 9 settembre 2014

LE DUE BIOGRAFIE DI FRANCISCO GOYA

 
Si potrebbero scrivere due biografie di Francisco Goya y Lucientes.
Delineare con una il pittore arrivista, affascinato dal potere e da chi lo esercita, voltagabbana, parvenu prima e arrogante accademico poi, con l’altra invece tratteggiare la figura di un uomo insofferente alle convenzioni e ai dettami culturali in voga, un artista dalla continua ricerca della verità e del modo con cui esprimerla, liberale, censore di nobili e potenti, ritrattista spietato di una classe dirigente corrotta.
Qual era allora il vero Goya?
L’uomo che tocca il cielo con un dito quando il re Carlo IV si esibisce per lui in un assolo di violino quale segno di ammirazione per la sua arte o il pittore che firma un ritratto della famiglia reale dove il volto imbambolato del re e i suoi occhi spenti fanno da pendant al profilo da rospo della regina?
Un quesito che pare di difficile risoluzione ma che trova invece la sua semplice risposta nel susseguirsi degli avvenimenti della vita del grande pittore spagnolo.
Goya si portò appresso per molto tempo non solo la paura della miseria che aveva lasciato a Fuendetodos, piccolo paese di campagna dove era nato il 30 marzo 1746, ma anche il ricordo delle umiliazioni come la duplice bocciatura all’Accademia e delle difficoltà dei primi passi nel mondo artistico madrileno, riuscendo a liberarsene solo via via che la sua posizione si faceva più solida, da accademico di San Fernando a pittore del re, e acquistando sicurezza di sé.
Avvenimenti che nel 1792 gli fanno vedere la morte in faccia per una malattia che lo renderà quasi sordo o l’innamoramento per la giovane, lui quasi cinquantenne e sposato, Maria Teresa del Pilar, Duchessa d’Alba, che “non aveva un solo capello in testa che non ecciti il desiderio”.

L’amore per la nobildonna lo rende attivo e creatore di una serie incredibile di ritratti oltre ai Capricci, una serie di acqueforti in cui, lasciando libero sfogo al suo genio e alla sua fantasia, satireggia i costumi, sferza la nobiltà, il clero e perfino il Tribunale dell’Inquisizione.
È il 1802 e Maria Teresa muore.
La sua fine improvvisa scava un vuoto insopportabile nella vita di Goya.
Si riprende e nel 1805 dipinge la Maja desnuda e la Maja vestida, quadri mitici dall’aureola scandalistica per il legame con la duchessa, anche se non è lei la donna ritratta. Esecuzione tersa e nitida per la figura nuda e ideale, trasparenza e finezza dei tessuti in un delicatissimo gioco di luce e sfumature per quella vestita.
Ma nel 1808 la guerra d’Indipendenza contro l’invasione napoleonica segna una nuova svolta nella sua vita.
Ne Il tre maggio 1808 poca gloria e molta angoscia: ciò che Goya evidenzia è l’effetto nefasto della guerra nell’essere umano e non il suo lato eroico o cavalleresco, esagerando i contrasti, deformando i lineamenti, rinunciando ad ogni perfezione per dare al quadro tutta l’intensità che richiede la sua tremenda carica emozionale.
Anziano e malato dipinge a olio sui muri di casa sua a Manzanarre le Pitture nere, impressionanti e angoscianti come le visioni di un delirio in cui sfugge ancora il vero significato, quasi che quegli esseri mostruosi fossero i fantasmi del suo mondo interiore, plasmati con una tecnica senza precedenti. 
È il 16 aprile 1828, muore a 82 anni a Bordeaux, dove viveva con la giovanissima Leocedia e Maria Rosario, Rosarito, nata nel 1814 dalla loro relazione .