giovedì 18 dicembre 2014

Artemisia Gentileschi: lavoro, gloria e stupro

ARTEMISIA GENTILESCHI - 1615
AUTORITRATTO COME SUONATRICE DI LIUTO
Quel che rendeva Artemisia Gentileschi diversa dalle altre donne era il lavoro.
Ed è questo, più dello stupro subito, l’elemento decisivo in tutta la sua vita.
Lei, bella e formosa con i capelli disordinati, figlia di Orazio, anch’esso pittore, nata a Roma nel 1593, tenuta quasi segregata in una stanza della casa-studio di via della Croce a Roma, dove dipingeva fin da piccola, lontana da occhi indiscreti e da uomini che potessero vederla, aveva di fronte a sé un futuro che pareva segnato dalla volontà del padre di rinchiuderla in un convento.
Quando, nei primi di maggio del 1611, Agostino Tassi, pittore di prospettive, la aggredì, Artemisia stava dipingendo.
Le strappò di mano pennelli e tavolozza e li gettò a terra.
Il suo violentatore sembrava infuriato per il fatto di vederla lavorare quasi quanto era infiammato dal desiderio carnale.
ARTEMISIA GENTILESCHI - 1622
GIOELE E SAMIRA -  
Nel suo tentativo - riuscito purtroppo come lei racconterà crudemente nel primo processo di stupro della storia, per cui Tassi venne condannato a cinque anni di esilio da Roma - di soggiogarla, impedirle di lavorare fu il primo passo.
Ma Artemisia, donna forte, intelligente e caparbia, da molti storici considerata una femminista ante littteram, non si limitò a riuscire nel suo difficile lavoro, cosa assolutamente inusuale per l’epoca, per di più dopo la violenza subita e i progetti malsani del padre.
Diventò famosa.
Nel 1614 fu la prima donna ad essere ammessa all’Accademia del Disegno di Firenze e poté godere del favore e della protezione dei Medici, in particolare della granduchessa Cristina.
Nel decennio successivo entrò a far parte dell’Accademia romana dei Desiosi, con la protezione di casa Savoia.
Nel suo ritratto che Jerome David incise nel 1625, è chiamata “prodigio della pittura, più facile da invidiare che da imitare".
Aveva richieste di quadri da parte del Vicerè di Spagna, dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria, da Filippo IV  e dal re Carlo I d’Inghilterra.
Ce l’aveva fatta dunque.
ARTEMISIA GENTILESCHI - 1622
SUSANNA E I VECCHIONI
Nonostante la pittura fosse a quel tempo cosa esclusiva da uomini, nonostante quegli stessi uomini l’avessero denigrata e offesa al pari di una puttana, nonostante un uomo le avesse così vigliaccamente fatto perdere la verginità.
E la sua pittura, che risente in qualche modo dei tormenti e dei colori di Caravaggio, ha una forza che quella di altri colleghi maschi neanche si sognano, con asprezze realistiche e guizzi di drammaticità a loro sconosciuti.
Il nudo femminile è il suo marchio di fabbrica: inventa quasi una luce filtrata e un colore delicato, come i toni di porcellana della pelle,  per realizzare una figura idealizzata.
Quando dipinge Susanna e i vecchioni, nelle fattezze di uno dei due sembra abbia ritratto il Tassi, il suo violentatore, che era basso, tarchiato e con i capelli e la barba nera.
ARTEMISIA GENTILESCHI - 1623/1625
LUCREZIA
Ma lei è bella, sensuale e  allo stesso tempo pura, come il colore della sua pelle quasi candida.  
E’ in Lucrezia - la virtuosa moglie di Tarquinio che si tolse la vita dopo aver subito un’aggressione sessuale da parte di un soldato - che Artemisia getta tutto il suo odio per tale azione subita.
Ne evoca la drammaticità dell’azione, in un’immagine però assai erotica: congela l’attimo nell’immobilità, in quella pausa impercettibile che separa la vita  e la morte, simboleggiati l’una dal seno che nutre e l’altra dalla lama tagliente.
ARTEMISIA GENTILESCHI - 1620
GIUDITTA CHE UCCIDE OLOFERNE
FIRENZE, GALLERIA DEGLI UFFIZI
E in Giuditta che uccide Oloferne la violenza grafica e il sangue che cola e zampilla ne fa una delle più violente rappresentazioni di questa storia biblica.
Può sì essere stata ispirata a dipingere un martirio particolarmente raccapricciante dall’enfasi religiosa di quel periodo, ma è difficile non associare questa immagine alla sua drammatica esperienza personale, con tutto il rancore che si portava appresso.
E’ questo il quadro simbolo  di Artemisia, che prediligeva come soggetti le eroine vigorose, e proprio questo ha voluto firmare in primo piano, sulla lama della spada, quasi a voler fugare ogni dubbio, per ribadire ancora una volta che anche se era donna sì, ce l’aveva fatta, anche se a un prezzo altissimo.
Dopo avere tanto viaggiato, a Firenze, di nuovo a Roma, a Venezia e in Inghilterra, Artemisia giunge infine a Napoli, dove muore nel 1653, sola e abbandonata da tutti, nonostante lo strabiliante successo riscosso in gioventù.

6 commenti:

  1. Grazie .. Trabalhas para a a verdade e a história !grazie, Alessandra!

    RispondiElimina
  2. "Giuditta che uccide Oloferne" fu uno dei quadri che scelsi di "copiare" per l'esame di terza media. Mi colpì l'intensa drammaticità della scena e il vigore dei muscoli tesi.. Credo che Artemisia abbia avuto una vita piena ed intensa e la fortuna di essere ricordata nella storia, nonostante la morte in solitudine. Grazie per l'articolo, è bellissimo!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Son contenta di avertelo fatto ricordare. Era una donna forte e coraggiosa, e tanto testarda aggiungo. Grazie per i complimenti, fan sempre piacere!

      Elimina